C’era una volta la questione meridionale. Che adesso non c’è più. Dissolta più che risolta. Lasciata cadere piuttosto che abbandonata.
Le ragioni? Tante.
Una classe dirigente meridionale che pensa più al proprio destino che a quello della nazione. Una classe dirigente nazionale che non ci crede, non ci pensa e se ci pensa pensa che oggi è il Nord la vera questione da affrontare.
Sta di fatto che la storica questione, che per oltre un secolo e mezzo ha appassionato intellettuali, politici, cittadini, operai, contadini, militanti e non, del Sud e del Nord, giace dimenticata. Senza più avere una dimensione politica. Senza mai aver avuto una dimensione globale.
Ci sono molti modi per raccontare il Mezzogiorno oggi.
Si può essere tentati dall’utopia e inseguire una qualche versione meridionalista del celeberrimo “I have a dream”. Cedere al fascino del viaggio simulato nel “Sud che ci piacerebbe indipendentemente da quello che c’è”. O più semplicemente chiedersi da quali punti di vista e a quali condizioni lo sviluppo della società dell’informazione può rappresentare per il Sud l’occasione per ridurre disuguaglianze e ritardi, per determinare e cogliere opportunità, per favorire la diffusione di modelli, sistemi, produzioni e processi innovativi di sviluppo.
Quattro indicazioni utili per le iniziative meridionaliste prossime venture.
La prima ci ricorda che la storia della solidarietà è bella, travagliata e controversa.
Bella della bellezza propria dei valori importanti. Quelli che infiammano i cuori e segnano le vite. Che permettono di condividere idee, passioni, fatti, significati. Di riconoscere nell’altro uno di noi. Di scoprire e sentire di non essere soli.
Travagliata perché richiede comportamenti coerenti. Responsabili. Consapevoli. Dunque niente affatto scontati.
Controversa perché in quanto tale riesce assai di rado a incidere sui processi reali che attraversano la società. In particolare quando resta confinata nello spazio dei valori, quando non riesce a stabilire connessioni con la rappresentanza e gli interessi.
La seconda ci dice che prendere atto del fatto che la solidarietà da sola non basta, vedere il confine esistente tra ciò che è proprio del dominio della solidarietà e ciò che invece non lo è, tra ciò che essa può fare e ciò che invece no, rappresenta probabilmente la maniera migliore, di certo la più utile, per riconoscere la sua importanza e il suo valore, così come quello delle pratiche individuali e sociali a essa connesse.
La terza ribadisce che per vincere una battaglia non basta che sia giusta. Bisogna che sia sentita propria da chi è impegnato a combatterla.
Qualunque battaglia per essere sentita propria deve tenere insieme la testa e il cuore, gli interessi e i valori.
La quarta ci riporta alla necessità che il Sud sappia contare innanzitutto sulle proprie forze. Sia capace di pensare, in primo luogo dal Sud, il futuro del Sud. E ciò ci riporta a sua volta al ruolo e alla funzione della società civile meridionale, al rapporto e alle differenze tra leader e classe dirigente, al protagonismo dei cittadini meridionali.
A Sud un certo punto si è pensato che il Sud fosse cambiato. Stesse cambiando. In un modo che - anche se non eliminava distanze, squilibri, dualismi, ritardi, e soprattutto non riusciva ad assumere carattere e valore generale, a fare cultura, a determinare svolte – rimaneva comunque per molti aspetti significativo.
La verità è invece che il Sud, nel quale non mancano esperienze e realtà positive, nel suo complesso non riesce a innovare comportamenti, strategie e politiche. E dunque continua a essere artefice, prigioniero e vittima della consistenza e della profondità dei propri problemi “storici”, a rimanere lontano dai livelli di sviluppo e di qualità della vita centrosettentrionali, a non valorizzare adeguatamente il proprio capitale umano e sociale.
Ma se ciò che non funziona è proprio il quadro, l’insieme, il contesto, che fare?
Nella nostra personale agenda, alla voce “cose da fare al più presto”, abbiamo trovato:
1. Favorire a ogni livello (a partire naturalmente dalla scuola), percorsi di educazione alla legalità e al rispetto delle regole.
2. Investire in socialità e formazione.
3. Promuovere lo sviluppo di reti sociali e tecnologiche.
4. Attivare nuovi strumenti di sostegno finanziario con l’obiettivo di favorire e accompagnare lo sviluppo di imprese innovative.
5. Sostenere gli sforzi di coloro, in primo luogo i giovani, che cercano di costruirsi un futuro mettendo su un’attività autonoma o una piccola impresa.
Puntando decisamente sull’intreccio tra innovazione tecnologica, creatività e contenuti.
Attivando percorsi di formazione mirati all’acquisizione di competenze organizzative e di gestione.
Favorendo ipotesi di collaborazione tra imprese, scuole, università, società di promozione e di sviluppo.
Individuando concrete ipotesi di lavoro, veri e propri piani di impresa, che guardino in primo luogo ai temi dello sviluppo sostenibile, dell’accesso alla società dell’informazione, dell’incremento di nuove professionalità, del lavoro a distanza.
6. Valorizzare le vocazioni e le identità meridionali. Evitare di dissipare patrimoni fatti di tradizione, cultura, storia, capacità di fare.
7. Attivare localmente una domanda in grado di sostenere la diffusione delle nuove tecnologie e dei nuovi media.
8. Monitorare le attività locali, raccogliere e diffondere le esperienze più significative, valorizzarne i risultati.
Nel Mezzogiorno non si è mai compiutamente affermata una classe dirigente intermedia in grado di definire e perseguire, dal Sud, percorsi credibili di emancipazione e sviluppo culturale, sociale e politico per il Sud.
Nessuna società cresce e si sviluppa se a “fare” sono solo i “capi”. E se tra i pochi che “fanno” ciascuno continua a fare per conto suo.
Il tema è di quelli ineludibili. Tra i tanti nodi da sciogliere c’è quello che riguarda la connessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati, della società civile, che è particolarmente importante.
è su questo terreno che può infatti formarsi una classe dirigente che sappia contribuire alla promozione e allo sviluppo delle risorse culturali, sociali e produttive locali; che sappia cercare innanzitutto in se stessa le energie per risolvere i propri problemi.
Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della suggestione dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, di incentivare l’autonomia e la responsabilità, di favorire l’adozione di strategie innovative, di affermare un’idea di mercato fatto di regole, norme che garantiscano la concorrenza, che impediscano lo sfruttamento di posizioni dominanti, che favoriscano la qualità dei prodotti e dei sistemi produttivi.
è su questo terreno più che su ogni altro occorre a nostro avviso sparigliare le carte. Rompere un meccanismo troppo improntato sull’uomo solo al comando. Costruire i ponti e le reti in grado di connettere idee e persone, scelte istituzionali e strategie imprenditoriali, modi di vita e tempi di lavoro. Per fare quel salto di qualità che a partire dalle persone porta a cambiare le regole e il sentire collettivo. Per diffondere, accanto a una nuova cultura dei diritti, un’etica dei doveri e delle responsabilità dei cittadini ancora troppo debole. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Formare una classe dirigente significa in fondo anche questo: far crescere a ogni livello la capacità di individuare problemi e trovare soluzioni, la voglia di agire in maniera autonoma e di non rinunciare ad assumersi responsabilità. Pensando con la propria testa. Agendo con le proprie mani.
L’idea che il secolo scorso possa essere simboleggiato dalla scoperta dell’atomo e quello attuale dalla rete, per quanto non susciti in questa fase la stessa euforia da “terra promessa” che a un certo punto ha caratterizzato la diffusione di Internet e lo sviluppo dell’economia digitale, sintetizza in maniera efficace la profondità, la complessità, la novità dei cambiamenti in corso e rappresenta dunque un primo significativo fattore di discontinuità con la fase precedente.
Prendiamo la figura dell’imprenditore. Nel passato più e meno recente il capitano di ventura, il capitalista weberiano, l’imprenditore schumpeteriano, è sostanzialmente un eroe solitario, un self-made man; oggi l’imprenditore ideale è quello che sa pensarsi come un nodo intelligente (molto meglio naturalmente se con tanti soldi a disposizione) di una catena ampia di valore, di un sistema largo di affari e relazioni. E lo stesso processo per molti aspetti condiziona lo sviluppo della società e della politica.
I soldi contano un po’ di meno, le idee e la capacità di collegarsi, di connettersi con le persone, i sistemi e i contesti istituzionali, dal livello locale a quello nazionale e internazionale, contano un pò di più.
Un secondo rilevante fattore di discontinuità può essere individuato nel fatto che l’incertezza non solo cresce, ma per molti versi si istituzionalizza e diventa inquietudine.
L’attentato alle Twin Towers c’è l’ha come sbattuto in faccia, ma in realtà abbiamo cominciato a metabolizzare dosi massicce di incertezza con i tempi dell’innovazione tecnologica, che si accorciano sempre più, con le società “avanzate” che quei cambiamenti tendono sempre più a prendere a modello, con la trasformazione e in qualche caso la dissoluzione delle strutture intermedie, con le difficoltà e la crisi degli Stati nazione e delle Costituzioni nazionali e il contemporaneo ampliamento dei poteri assai meno “comprensibili” delle grandi corporazioni e delle lobbies economiche e finanziarie internazionali.
Il gioco cambia oramai ripetutamente, e con esso le regole, i ruoli e i poteri dei diversi giocatori in campo. Cosicché siamo costretti continuamente a fare i conti con la marcata tendenza alla concentrazione dei poteri in poche mani e la contemporanea necessità di ridefinire gli spazi di effettiva incidenza democratica.
Il terzo elemento di discontinuità si riferisce a un ambito più propriamente economico e ci dice che al tempo dei bit le differenze tra i diversi settori produttivi sono meno importanti, in quanto essi rappresentano l’insieme delle risorse di cui un dato Paese o regione possono disporre.
Nel nuovo contesto, la questione dunque non è più se sviluppare l’industria o i servizi, il turismo o il terziario avanzato, ma come fare in modo che le città interagiscano con i distretti tecnologici, con lo scopo di costruire, in primo luogo attraverso la riorganizzazione e la valorizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale, indispensabile per vivere meglio e invogliare gli investitori a scegliere un determinato territorio piuttosto che un altro.
Allo stesso tempo, si tratta di capire come rivolgere energie e attenzione alla possibilità di creare lavoro nei segmenti di mercato sociale volti alla soddisfazione della domanda di reintegrazione, di assistenza e di cura delle persone, dato che i servizi alla persona saranno decisivi per impedire che lo sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Il quarto fattore di discontinuità riguarda l’organizzazione e la struttura dei sistemi produttivi.
L’economia digitale non elimina certo le differenze tra grandi, medie e piccole aziende, né le gerarchie che a esse sono connesse. Eppure, ancora una volta, non si può negare che da un lato è più vasto il sostegno a processi di formazione di imprenditorialità diffusa e dall’altro crescono le possibilità di integrazione e di accesso a risorse critiche di competenza di tipo tecnologico, organizzativo e di comunicazione.
Occorre perciò dire con molta nettezza che se la questione, come pensiamo, riguarda le opportunità, oggi esse sono assai più numerose e significative che nel passato più e meno recente.
Per le ragioni che abbiamo più volte evidenziato. Perché nei cambiamenti di fase le gerarchie precedenti sono obiettivamente meno forti, i lacci un po’ meno stretti, le frontiere un po’ più a portata di mano. Perché in Italia e in Europa le iniziative che, puntando su ricerca e innovazione, sono volte a creare le basi per una maggiore competitività dei sistemi territoriali, che nella nuova fase hanno un’importanza strategica più marcata di quelli aziendali, sono davvero numerose e passano in primo luogo per la capacità di dotarsi di reti di informazione e di comunicazione efficienti. Perché le persone, il patrimonio di conoscenze e di competenze che ciascuna di esse rappresenta, contano sempre di più.
Il fattore umano si impone sempre più come l’elemento principale di differenziazione competitiva. Al di là dell’attuale ciclo negativo di mercato e del conseguente rallentamento – o addirittura inversione – della tendenza di crescita occupazionale, la capacità di reperire, motivare e trattenere personale altamente qualificato può veramente fare la differenza. […] Per anni abbiamo potuto attingere a questa risorsa vitale che non avrebbe altrimenti potuto trovare sbocchi adeguati, trasformando così una tragedia nazionale, quella della disoccupazione intellettuale, in una grande opportunità. […] Ma non è tutto: il livello di condivisione degli obiettivi dell’azienda e la stabilità del personale nel posto di lavoro sono estremamente migliori rispetto ai livelli classici dell’industria statunitense. Viene così evitata la dispersione di conoscenze ed esperienze acquisite, preservando un prezioso patrimonio di know-how aziendale che in altri ambienti verrebbe periodicamente vanificato.
Proviamo per un attimo a immaginare che abbia ragione John Keats. E che per capire a cosa serve il mondo bisogna pensare al mondo come alla “valle del fare anima”.
E proviamo poi a seguire James Hillman. Nella sua idea che recuperando l’anima al mondo si possa ricreare una psicologia politeistica, pagana, polimorfa, meridionale, antindividualistica, mediterranea, che ci riporta alle distinzioni, al mito.
Ad Ares, che irrompe nelle nostre case ogni volta che accendiamo la televisione. Ad Afrodite, che ci parla attraverso la pubblicità e i grandi magazzini. A Ermes, che vive nella comunicazione o nel mercato azionario. A Era, la forza, i legami, i vincoli della famiglia. A Pan, che “riporta la psiche alla sua radice insita nell’istinto naturale, semi-animale, procurando un radicale mutamento di coscienza, un allontanamento totale da dove si era prima”.
Proviamo adesso a chiederci come mai, in questo fantasmagorico mondo chiamato economia digitale, uomini del Sud, stiano lasciando il segno, siano tra i principali protagonisti del sogno digitale non solo italiano, stiano segnando il corso della storia ancora giovane e tuttora tribolante dell’economia dei bit, in modi e forme del tutto inedite.
Nel passato più e meno recente non sono naturalmente mancati donne e uomini meridionali che abbiano saputo conquistare con le proprie idee e le aziende spazi significativi sui mercati mondiali. Ma ciò è avvenuto sempre all’interno di segmenti specifici di mercato. Spesso importanti. A volte prestigiosi (valga per tutti l’esempio della moda). Ma in ogni caso di nicchia.
Ora per la prima volta uomini, idee e imprese del Sud conquistano un ruolo da protagonista non solo sul terreno economico ma anche su quello politico e sociale.
Per una volta insomma l’impresa meridionale fa cultura. Assume un valore di carattere generale, con successi che meritano di essere analizzati ed emulati.
Quelle che, nel momento in cui molte cose si stanno sciogliendo nell’aria, la gran parte delle reti organizzative si regge sulla forza dei legami deboli, e le capacità e le idee delle persone contano di più che nel passato, rendono meno improbabile l’affermazione delle capacità creative, visionarie, degli uomini del Sud, forse maggiormente predisposti a “un radicale mutamento di coscienza, un allontanamento totale da dove si era prima” e dunque più pronti a fare il salto dentro la rivoluzione digitale.
Pan e futuro, dunque.
Potrebbe essere uno slogan per la riscossa. La chiave per cogliere fino in fondo alcune opportunità. Per mettere a valore culture, storie, voglia di fare. Per definire contesti più ricchi dal punto di vista culturale e sociale prima ancora che economico e produttivo. Per non rinunciare ai diritti. Né a un’idea di società giorno dopo giorno un po’ meno ingiusta. Per ripensare le tante storie del Sud dentro una cultura e una storia mitica. Creativa. Flessibile. Capace di dare identità e di cogliere le differenze. Capace di coniugare l’innovazione, le tecnologie, con la memoria. E magari di dare concretezza a una “vecchia” idea di Abramovitz, la teoria del “catching up”21, che in buona sostanza afferma che quando in un Paese (o in una regione) meno sviluppato vengono immesse nuove tecnologie, si ha una crescita media della produttività del lavoro superiore a quella dei Paesi (o delle regioni) leader e di conseguenza si avvia un processo di riduzione degli squilibri, fino alla loro progressiva scomparsa.
Cosa occorre ancora?
La consapevolezza che non vi sono diritti ai quali non corrispondano doveri. E che assolvere i propri doveri è la strada più efficace per garantire meglio i diritti propri e le libertà di ciascuno.
è una consapevolezza che non si vende. Si conquista. Facendo ancora una volta ciascuno i conti con il proprio dáimon. Pensandosi a livello sociale come parte di una rete dinamica di eventi interconnessi in cui nessuno è fondamentale e ciascuno dipende dalla qualità e dalla coerenza delle relazioni con gli altri. L’insieme delle connessioni determina la qualità della struttura dell’intera rete, la sua capacità di assicurare al più ampio numero di persone il più ampio paniere di diritti concretamente esigibili.
È intorno a questi temi che si può provare a vincere la sfida meridionale pour excellence: costruire una classe dirigente meridionale, fare il salto di qualità che a partire dalle persone porta a valorizzare il capitale umano e sociale, a rispettare la cosa pubblica e le regole, a rendere possibili ipotesi e percorsi di sviluppo.
L’idea è che si possa partire da qui per vivere un finale di partita diverso. Per far emergere le storie di successo. Raccontarle. Diffonderle. Moltiplicarle.
Mostrando efficienza. Onestà. Voglia di fare.
Per una questione che non c’è più sono dunque ancora tante le questioni non risolte. Cosicché una parte del nostro Paese continua ad avere livelli di civiltà, vivibilità, sviluppo significativamente più bassi di quelli del Centro-nord.
venerdì, giugno 22, 2007
Rispetto
Citazioni e note a margine da Sennett
21. IL RISPETTO NON COSTA NIENTE?
30. lo sviluppo di un qualsiasi talento porta con sé un elemento fondamentale di ogni arte e mestiere: fare qualcosa per il solo piacere di farlo bene, ed è questo aspetto della professionalità che garantisce all’individuo un senso profondo di stima di sé.
42. la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale. [Marshall Berman, l’esperienza della modernità, Il Mulino, 1999, pag. 154].
43. Pico della Mirandola [Sulla dignità dell’uomo] e l’uomo artefice di sé stesso 43. HILLMAN E DAIMON
44. Riesman era ossessionato dal senso di responsabilità, era mosso da questa sua sensibilità.
47. nessuno può costruirsi un futuro solido odiando il proprio passato.
57. come dice Adam Smith, provare simpatia spesso significa immaginare falsamente come propria la sofferenza di un altro.
65. c’è reciprocità nel termine riconoscimento. Fu il filosofo Fichte il primo ad inserire la parola riconoscimento nel linguaggio giuridico, esplorando come le leggi possano essere strutturate in modo che la costituzione riconosca le esigenze di stranieri e migranti. Rousseau aveva ampliato il dibattito in senso democratico, vedendo nel riconoscimento reciproco un problema di comportamento sociale, così come di diritto. Negli scritti di John Rawls, riconoscimento significa rispetto per le esigenze di chi è diverso da noi; negli scritti di Jurgen Habermas, riconoscimento significa rispetto per coloro che sono portati a dissentire in base ai propri interessi.
68. DIGNITA’ DELLA PERSONA E DIGNITA’ DEL LAVORO
69. esiste un divario enorme tra il volere agire bene nei confronti degli altri e il riuscire a farlo.
69. UNA COSA E’ CONOSCERE LA VIA E UN’ALTRA E’ PERCORRERLA (MATRIX).
73. ci sono tre vie per conquistare rispetto:
attraverso la crescita personale, in particolare sviluppando abilità e competenze;
attraverso la cura di sé;
dando agli altri.
85. ogni essere umano possiede una “motivazione alla riuscita”, la spinta a fare bene qualcosa. [David McClelland].
Nel lavoro come nell’istruzione, il giudizio “tu non hai potenzialità” è devastante come mai potrebbe esserlo un’osservazione del tipo “hai fatto un errore”.
90. la competenza può essere posta al servizio del mestiere, oppure al servizio della padronanza sugli altri.
93. il mestiere, dice Thorstein Veblen, porta l’artigiano al rispetto di sé ma, bisogna aggiungere, non necessariamente al rispetto per gli altri.
95. negare o nascondere l’influenza di coloro grazie ai quali si è cresciuti fa sì che la forza e la capacità di un individuo sembrino qualcosa di totalmente proprio.
101. ci sono una varietà di cose che gli individui possono fare anziché perdere tempo in continui confronti [Howard Gardner, formae mentis: saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, 2000]
104. LA PROFESSIONALITA’ PRODUCE RISPETTO DI SE’
105. INDIPENDENDENZA E CONDIZIONE ADULTA.
111. servitù volontaria: “vorrei comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un tiranno solo, che non ha forza se non quella che essi gli danno, che ha iil potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono sopportarlo, che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero subirlo invece di contrastarlo …. E’ il popolo che si fa servo, che, potendo scegliere se esser servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca. [Etiene de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Torino, La Rosa, 1995].
114. CON LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE L’ADULTO RISPETTATO E’ L’ADULTO CHE LAVORA.
115. da Locke in poi l’infanzia si amplia e poi nasce l’adolescenza.
118. l’adulto che ha coscienza del legame ancora esistente con il bambino che fu ha una comprensione più profonda del suo presente. [Freud]
119. la trasgressione produce colpa, l’insufficienza produce vergogna (chi copia un esame si può sentire colpevole, chi non lo passa prova vergogna).
119. “c’è qualcosa di ostile in noi stessi che impedisce all’amore di completarsi e raggiungere la perfezione” [Hegel]. Gerhart Piers parla della vergogna come un senso profondo di incompletezza, anche di fronte a chiare prove di realizzazione o gratificazione; la persona che non riesce a provare questo senso di compiutezza immagina ci sia qualcosa di sbagliato dentro di sé.
Le esperienze concorrenziali dell’economia di mercato alimentano il senso di colpa nei lavoratori adulti; la sconfitta sul mercato provoca la perdita della stima di sé. [Adler]
120. LA DISEGUAGLIIANZA ERODE IL RISPETTO.
121. si prova vergogna quando qualcuno viene reso visibile pur non essendo pronto ad essere visibile.
122. spesso i problemi diventano evidenti solo dopo essersi trasformati in errori. Nel sistema politica come nelle aziende si parla del bisogno solo dopo che sono capitati i guai.
123. autonomia come un processo di conversione della necessità in desiderio [Erik Errikson]; autonomia come capacità di trattare gli altri inn quanto differenti da sé; una forza di carattere basata sulla percezione degli altri; essa cioè istituisce una relazione fra le persone, anziché sancire una differenza che le isola. [Winnicott]
125. autonomia come accettazione della possibilità di non riuscire a capirsi.
Autonomia significa accettare dell’altro quello che tu non capisci, un’eguaglianza opaca. Nel farlo, tratti la realtà della sua autonomia al pari della tua. Naturalmente il rapporto prevede reciprocità.
125. Il popolo deve avere fiducia nei suoi governanti; se ha fiducia, accorda loro una libertà di azione senza sentire bisogno di consultazioni, monitoraggi e supervisioni costanti. Se non godesse di questa autonomia, il governante non potrebbe mai fare una mossa. [Locke]
BERLUSCONI SEGUACE DI LOCKE?
127. c’è bisogno di coesione sociale perché una persona ha sempre bisogno dell’altra per raggiungere un senso di completezza [Emile Durkheim].
132. INSEGNARE A PESCARE E NON REGALLARE IL PESCE.
137. COMPASSIONE E SOLIDARIETA’
141. lo scopo della protezione sociale è di occuparsi del bene dell’assistito, e dovrebbero essere del tutto irrilevanti i sentimenti dell’assistente sociale. Assistere senza compatire è il principio base per qualsiasi tipo di welfare state laico. [Harendt]
146. LA SENSIBILITA’ (SOLIDARIETA’) E’ FEMMINA?
RISPETTARE SENZA AMARE [SOLIDARIETA’ FRA ESTRANEI]
150. la carità implica sottomissione; la pietà produce disuguaglianza.
161. la deistituzionalizzazione del welfare è indice di un più ampio mutamento in corso nella società contemporanea: un attacco alle istituzioni rigide del mondo del lavoro e della vita politica. In un caso come nell’altro, si sta affermando la convinzione che le comunità possano rispondere ai bisogni sociali delle persone meglio delle burocrazie.
161. LO SCRIVANO BARTEBLY.
162. Julien Sorel, protagonista de “Il rosso e il nero”, impara ad adattare velocemente il suo comportamento, le sue espressioni, nonché il vestito, ogni volta che sale un gradino della scala sociale e tuttavia si accorge che si tratta solo di apparenze e dunque soffre di anomia (Durkheim).
164. in uno stato moderno il potere reale, che non si esercita né né nei discorsi parlamentari né nelle enunciazioni dei sovrani, ma nell’uso quotidiano dell’amministrazione, è necessariamente e inevitabilmente nelle mani della burocrazia. Della militare come della civile. [Max Weber]
176. l’autonomia, lo abbiamo visto, non è semplicemente un agire; essa richiede anche una relazione nella quale una parte accetta di non essere in grado di comprendere qualcosa dell’altro. Tale accettazione garantisce l’eguaglianza nella relazione. L’autonomia presuppone connessione ed estraneità, vicinanza e impersonalitàà.
177. CAPIRE DI COSA HANNO BISOGNO GLI UTENTI E ASCOLTARE IL LORO PARERE.
180. ORGANIZZAZIONI PIATTE E CORTE.
181. alla IBM nel 1965 esistevano 23 anelli gerarchici che separavano il vertice dalla base; nel 2000 soltanto 7.
182. nel 1965 gli investitori tradizionali tenevano le azioni in media per 46 mesi; nel 2000 per 8 mesi.
183. WINNER TAKE ALL – CHI VINCE PIGLIA TUTTO.
183. la rivoluzione informatica permette all’unità centrale operativa un colpo d’occhio istantaneo sull’organizzazione nel suo complesso.
184. l’organizzazione flessibile riesce a funzionare come istituzione totale più della piramide burocratica tradizionale.
185. oggi nessuna nuova azienda può essere creata sul principio dell’impiego a vita. L’azienda flessibile è divenuta un modello per il welfare.
185. welfare flat. Welfare piatto. Welfare short. Welfare corto.
185. mentre il prezzo resta il riferimento principale per il mercato dei beni di consumo, il costo da solo non è un indice di qualità in materia di istruzione o sanità.
186. gli utenti del welfare non possono essere considerati dei clienti qualsiasi di un mercato qualsiasi: essi hanno bisogno di consigli disinteressati e in un mercato i venditori o chi offre servizi non sono disinteressati.
187. WELFARE: DA DIRITTO PER TUTTI I CITTADINI A BONUS AUTOFINANZIATI PER I RICCHI E CARITA’ PUNITIVA PER I MENO ABBIENTI.
187. nel mondo degli affari, l’eccesso di domanda rispetto all’offerta aumenta i profitti; nel welfare state, la domanda superiore all’offerta produca miseria.
190. ASSOCIAZIONE E COMUNITA’ GESELLSCHAFT E GEMEINSCHAFT.
193. COFFEE HOUSES – FACCIA A FACCIA - LLOYD’S.
194. NON CONFONDERE AIUTO E AMICIZIA. + ANZIANI E – GIOVANI VOLONTARI.
196. bonding (tessere legami – interno - identità) e bridging (gettare ponti – esterno – pluralità sociale).
198. architettura della simpatia: movimento che va dall’identificazione con persone che si conoscono all’identificazione con sconosciuti.
198. sono molto soddisfatto quando risalgo la strada che ho appena fatto e la vedo pulita, senza i mucchi di spazzatura che la ingombravano.
LO SPAZZINO INTERVENTISTA DI VIVIANI.
200. l’importanza dell’abilità nel lavoro utile separa l’assistenza dalla compassione, impedisce che la pietà sommerga la relazione.
207. il rispetto è un modo di esprimersi. Vale a dire, trattare gli altri con rispetto non è una cosa automatica, anche con la migliore volontà del mondo; portare rispetto significa trovare le parole e i gesti che lo rendano convincente.
209. LA ZIA SORDA DI TALLEYRAND
214. un uomo o un gruppo che riesca a donare collanine di conchiglia obbliga chi le riceve; in futuro costoro dovranno rendere il dono, ribaltando le parti della cerimonia. Nel frattempo, però, ognuna delle parti rimane legata all’altra dal vincolo di reciproca assistenza. Questo scambio trasforma i nemici in amici.
CHI RINGRAZIA ESCE FUORI DALL’OBBLIGO.
215. le relazioni mettono radici solo se lo scambio non è equivalente. Lo scambio asimmetrico socializza [Marcel Mauss]
216. il welfare state deve all’individuo qualcosa di più del semplice ritorno monetario dei contributi versati.
“Il lavoratore ha dato lla sua vita e la sua opera alla collettività e ai suoi datori di lavoro …. Coloro che beneficiano dei suo servizi non possono pensare di assolvere il proprio debito nei suoi confronti semplicemente pagandogli un salario. Lo stato stesso, come rappresentante della collettività, gli deve, come gli devono i suoi datori di lavoro, e anche con il suo concorso, una certa sicurezza nella vita, contro la disoccupazione, lla malattia, la vecchiaia e la morte.”[Marcel Mauss]
216. l’’asimmetria tra lavoro e protezione sociale è il socialismo come lo intendeva Mauss.
217. la reciprocità sta a fondamento del mutuo rispetto. … il donatore restituisce qualcosa alla società.
218. uno scambio economico è una transazione breve; le nuove forme istituzionali di capitalismo sono particolarmente brevi.
219. SCAMBIO CAPITALISTICO: SIMMETRIA E SCARSITA’ DELLA RISORSA TEMPO.
221. esiste una tensione fra rispetto di sé e rispetto reciproco.
222. gli scambi rituali costruiscono il rispetto reciproco; lo scambio porta la gente a esteriorizzare, e ciò è necessario per lo sviluppo di qualità relazionali.
225. la questione è come aprirsi all’esterno mantenendo un solido senso sé.
226. troppa rigidità = troppa fragilità [Lévi-Strauss]
227. l’antropologo chiama bricolage il processo di smontaggio di una cultura in pezzi e il suo allestimento eri il viaggio. Lévi-Strauss chiama “meteci” (métics) coloro che praticano il bricolage, trasformando l’accezione classica del termine greco per indicare gli stranieri nell’idea di gente che può ricordare da dove proviene anche sapendo di non poterci più vivere; questo genere di viaggio egli lo chiama “meticciato” (métissage), un percorso lungo il quale c’è un cambiamento ma non la perdita della memoria. Il viaggiatore, quindi, conserva un certo grado di sicurezza e fiducia in sé mentre fa fronte, e accetta, la diversità e l’incoerenza della nuova situazione.
228. l’importanza del passaggio da una conoscenza tacita a una conoscenza esplicita.
TACITO – ESPLICITO – TACITO COME TESI – ANTITESI – SINTESI
230. il filosofo Michael Polanyi dice che l’ambito del tacito racchiude ciò che sappiamo più che ciò che possiamo dire.
Michail M. Bachtin e il primato del contesto sul testo.
Maurice Merleau-Ponty e la sicurezza ontologica.
Freud sostiene invece che il sapere tacito e la sicurezza ontologica diano un falso senso di sicurezza.
234. LA RESA DI DEWEY E LA RINUNCIA TEMPORANEA AL CONTROLLO DI SE’ E DELL’AMBIENTE CIRCOSTANTE. LASCIARSI ANDARE.
POSARE LO SCUDO.
236. è necessario che cambi qualcosa nel profondo dell’individuo. Rivolgersi verso il mondo esterno significa che il prigioniero riforma anziché essere riformato.
SENNET E RORTY
236. divario fra linguaggio e realtà.
Secondo Daniel Kahneman l’assunzione di rischio ispira depressione e ansia anziché speranza; la gente si concentra su ciò che deve perdere piuttosto che su ciò che può guadagnare; i lavoratori si sentono giocati, non giocatori. Ne risulta quella che Albert Hirschman chiama mentalità di defezione piuttosto che di protesta.
237. IL RISCHIO SENZA POTERE GENERA DEPRESSIONE
238. PRIMA CAMBIAMO POI CE NE ACCORGIAMO
241. per trattarsi con reciproco rispetto le persone dovrebbe fare a pezzi i presupposti taciti e le visioni condivise del mondo.
ROMPERE PER COSTRUIRE
247. fin dall’inizio della sua carriera mio zio fu convinto che il capitalismo, insistendo unicamente sulla condizione materiale e sul prestigio degli individui, non fosse in grado di superare il divario della disuguaglianza.
249. ogni scambio positivo con il nemico rischia di indebolire la coesione di classe.
COSCIENZA DI CLASSE E RAPPORTO PARALIZZANTE FRA SE’ E IL MONDO.
254. la buona volontà unita all’improvvisazione – il jazz sociale – non crea vincoli.
255. i 3 codici moderni del rispetto: realizza te stesso in qualche modo; prenditi cura di te; aiuta gli altri.
255. “il compito di una società civilizzata è di eliminare quelle diseguaglianze che trovano la loro origine non nelle differenze individuali, bensì nell’organizzazione sociale.
SALVATORE VECA E LA SOFFERENZA SOCIALMENTE EVITABILE.
sabato, giugno 16, 2007
La scuola e la tecnica
L'informatica è una sorta di magia, che nasce dentro a una persona dalla tenera età, si mescola con i pensieri e inizia piano piano a concretizzarsi solo quando si inizia a padroneggiare uno dei tanti linguaggi che io chiamo "dei sogni".
Così ho iniziato a nove anni a scrivere i miei di sogni.
Dapprima un piccolo "Ciao Mondo", che si stagliava sul mio monitor a fosfori verdi come se fosse il primo passo sulla luna del genere umano. Poi una tastiera musicale elettronica, che trasformava i tasti del pc in inascoltabili tremolii sonori. Poi ancora le cose molto strutturate e complesse che oggi mi rendono un programmatore e mi danno il pane.
Quindi una passione, un modo per concretizzare i propri pensieri, che diventa un occupazione, una professione, una ragione di vita.
Il principe di tutti i miei sogni da quando ho iniziato a colpire i tasti, era poter scrivere un codice che non fosse fine a se stesso ma che proseguisse la sua vita indipendentemente da me, una creatura che non fosse la semplice estensione di un pensiero finalizzato, ma che avesse una vita propria.
Molto prima di Matrix, ho scoperto una tecnologia, creata da una persona che deve aver avuto lo stesso stimolo del creatore.
Una tecnologia che rende possibile l'indipendenza del codice sorgente dalla mano dell'uomo, una serie di "Agenti" (codice applicativo), distribuiti geograficamente in rete, che creano una confederazione virtuale, nella quale essi sono in grado di interagire spontaneamente e di mutare il loro stato a fronte di queste interazioni.
Gli agenti vivono quindi in un'agenzia, un mondo virtuale del quale si conosce lo stato iniziale ma non quello finale, si possono definire le regole universali per quella agenzia, ma non il modo in cui esse vengono applicate.
Durante la fase di design del mio primo universo spontaneo, dovevo trovare un campo di azione, un contesto nel quale dare un senso al progetto di vita elettronica. Cercando in rete, trovai uno studente universitario che nella sua tesi aveva fatto uno studio di fattibilità sull'applicabilità della tecnologia Jini, così si chiama il framework realizzato da Sun per lo sviluppo di Agenti, nell'automazione della casa.
Iniziai a studiare approfonditamente tutto ciò che era stato fatto in passato sulla domotica e iniziati a scrivere il mio universo in funzione di questo scopo.
A quel tempo, tenevo docenze per un corso Europeo, che prevedeva un periodo di tirocinio, e chiesi a 5 studenti di affiancarmi nella creazione della prima versione.
Incredibilmente, come in "Alice nel paese delle meraviglie", bastava pensare una cosa ed era realizzata, gli agenti iniziarono a collaborare tra di loro e a vivere indipendentemente da noi.
Fu un esperienza molto intensa che mi portò, dopo un primo periodo di entusiasmo accademico, a cercare una applicazione concreta agli agenti.
Ero in grado di simulare l'accensione e lo spegnimento di una lampadina virtuale, ma non di chiudere le tende dell'ufficio, il dominio di esistenza del mio universo era e restava il mondo ovattato dei sogni e non aveva applicazioni concrete nel mondo reale.
Mi misi a cercare il braccio che mancava alla mente che avevo realizzato.
Trovai alcune tecnologie che erano ovviamente a solo appannaggio di mondi lontani dall'Italia, con costi insostenibili per una piccola azienda che non riceve nessun aiuto se non dalle persone che la compongono.
Fino a che non scoprii che l'eccellenza della domotica applicata, risiedeva proprio in Italia.
Un gruppo di menti illuminate all'interno di una grande azienda del settore (Bticino Spa), da anni studiava per realizzare un
sistema domotico a costi abbordabili e di semplice fruizione.
Decisi quindi di dotare a nostre spese, l'ufficio del primo impianto domotico Bticino Myhome della nostra zona. Passai le giornate e le notti in auto apprendimento per costruire tutto l'impianto. Dovevo capirne i segreti e tutti i minimi dettagli per poter "insegnare" alla mia confederazione di agenti a parlare con il braccio che avrebbe dimostrato la propria esistenza.
Durante questo periodo nacque la proficua collaborazione con l'università degli studi di Pisa, avevamo e abbiamo come azienda, necessità di personale qualificato da inserire presso in nostri clienti e sui progetti interni.
Persone che pensassero il lavoro in un nuovo modo e che ci aiutassero a costruire un nuovo modello di azienda.
Furono realizzate numerose tesi sul mio universo che ben presto divenne la nostra palestra per le menti.
Se fu fisicamente estenuante e faticoso installare l'impianto domotico per un elettricista improvvisato come me, fu molto più difficile cercare di interpretare come esso funzionasse.
Non avevo scelta, dovevo chiedere aiuto a coloro che avevano inventato, progettato e realizzato MyHome.
Inviai una mail al team di Bticino, nel giro di qualche giorno mi risposero e mi invitarono nella loro sede.
Come un bimbo in una gelateria, entrai nel loro laboratori e ammirato dalla loro capacità tecnico innovativa
imprenditoriali, chiesi l'aiuto che non mi negarono.
Da allora l'universo è cresciuto, ha iniziato a parlare e vedere, a ragionare tramite motori inferenziali e reti neurali, comanda tende, condizionatori e sistemi di antifurto.
Ha formato molte delle persone che oggi compongono la nostra azienda e in futuro ne formerà molte altre.
Ma come al solito nel nostro paese, progetti che potrebbero portare innovazione nel mercato globale, restano per pochi se non per nessuno visto che a nessuno che conta importa nulla degli universi paralleli al loro!
Così ho iniziato a nove anni a scrivere i miei di sogni.
Dapprima un piccolo "Ciao Mondo", che si stagliava sul mio monitor a fosfori verdi come se fosse il primo passo sulla luna del genere umano. Poi una tastiera musicale elettronica, che trasformava i tasti del pc in inascoltabili tremolii sonori. Poi ancora le cose molto strutturate e complesse che oggi mi rendono un programmatore e mi danno il pane.
Quindi una passione, un modo per concretizzare i propri pensieri, che diventa un occupazione, una professione, una ragione di vita.
Il principe di tutti i miei sogni da quando ho iniziato a colpire i tasti, era poter scrivere un codice che non fosse fine a se stesso ma che proseguisse la sua vita indipendentemente da me, una creatura che non fosse la semplice estensione di un pensiero finalizzato, ma che avesse una vita propria.
Molto prima di Matrix, ho scoperto una tecnologia, creata da una persona che deve aver avuto lo stesso stimolo del creatore.
Una tecnologia che rende possibile l'indipendenza del codice sorgente dalla mano dell'uomo, una serie di "Agenti" (codice applicativo), distribuiti geograficamente in rete, che creano una confederazione virtuale, nella quale essi sono in grado di interagire spontaneamente e di mutare il loro stato a fronte di queste interazioni.
Gli agenti vivono quindi in un'agenzia, un mondo virtuale del quale si conosce lo stato iniziale ma non quello finale, si possono definire le regole universali per quella agenzia, ma non il modo in cui esse vengono applicate.
Durante la fase di design del mio primo universo spontaneo, dovevo trovare un campo di azione, un contesto nel quale dare un senso al progetto di vita elettronica. Cercando in rete, trovai uno studente universitario che nella sua tesi aveva fatto uno studio di fattibilità sull'applicabilità della tecnologia Jini, così si chiama il framework realizzato da Sun per lo sviluppo di Agenti, nell'automazione della casa.
Iniziai a studiare approfonditamente tutto ciò che era stato fatto in passato sulla domotica e iniziati a scrivere il mio universo in funzione di questo scopo.
A quel tempo, tenevo docenze per un corso Europeo, che prevedeva un periodo di tirocinio, e chiesi a 5 studenti di affiancarmi nella creazione della prima versione.
Incredibilmente, come in "Alice nel paese delle meraviglie", bastava pensare una cosa ed era realizzata, gli agenti iniziarono a collaborare tra di loro e a vivere indipendentemente da noi.
Fu un esperienza molto intensa che mi portò, dopo un primo periodo di entusiasmo accademico, a cercare una applicazione concreta agli agenti.
Ero in grado di simulare l'accensione e lo spegnimento di una lampadina virtuale, ma non di chiudere le tende dell'ufficio, il dominio di esistenza del mio universo era e restava il mondo ovattato dei sogni e non aveva applicazioni concrete nel mondo reale.
Mi misi a cercare il braccio che mancava alla mente che avevo realizzato.
Trovai alcune tecnologie che erano ovviamente a solo appannaggio di mondi lontani dall'Italia, con costi insostenibili per una piccola azienda che non riceve nessun aiuto se non dalle persone che la compongono.
Fino a che non scoprii che l'eccellenza della domotica applicata, risiedeva proprio in Italia.
Un gruppo di menti illuminate all'interno di una grande azienda del settore (Bticino Spa), da anni studiava per realizzare un
sistema domotico a costi abbordabili e di semplice fruizione.
Decisi quindi di dotare a nostre spese, l'ufficio del primo impianto domotico Bticino Myhome della nostra zona. Passai le giornate e le notti in auto apprendimento per costruire tutto l'impianto. Dovevo capirne i segreti e tutti i minimi dettagli per poter "insegnare" alla mia confederazione di agenti a parlare con il braccio che avrebbe dimostrato la propria esistenza.
Durante questo periodo nacque la proficua collaborazione con l'università degli studi di Pisa, avevamo e abbiamo come azienda, necessità di personale qualificato da inserire presso in nostri clienti e sui progetti interni.
Persone che pensassero il lavoro in un nuovo modo e che ci aiutassero a costruire un nuovo modello di azienda.
Furono realizzate numerose tesi sul mio universo che ben presto divenne la nostra palestra per le menti.
Se fu fisicamente estenuante e faticoso installare l'impianto domotico per un elettricista improvvisato come me, fu molto più difficile cercare di interpretare come esso funzionasse.
Non avevo scelta, dovevo chiedere aiuto a coloro che avevano inventato, progettato e realizzato MyHome.
Inviai una mail al team di Bticino, nel giro di qualche giorno mi risposero e mi invitarono nella loro sede.
Come un bimbo in una gelateria, entrai nel loro laboratori e ammirato dalla loro capacità tecnico innovativa
imprenditoriali, chiesi l'aiuto che non mi negarono.
Da allora l'universo è cresciuto, ha iniziato a parlare e vedere, a ragionare tramite motori inferenziali e reti neurali, comanda tende, condizionatori e sistemi di antifurto.
Ha formato molte delle persone che oggi compongono la nostra azienda e in futuro ne formerà molte altre.
Ma come al solito nel nostro paese, progetti che potrebbero portare innovazione nel mercato globale, restano per pochi se non per nessuno visto che a nessuno che conta importa nulla degli universi paralleli al loro!
Una palestra di sogni
di Andrea Lagomarsini
L'informatica è una sorta di magia, che nasce dentro a una persona dalla tenera età, si mescola con i pensieri e inizia piano piano a concretizzarsi solo quando si inizia a padroneggiare uno dei tanti linguaggi che io chiamo "dei sogni".
Così ho iniziato a nove anni a scrivere i miei di sogni.
Dapprima un piccolo "Ciao Mondo", che si stagliava sul mio monitor a fosfori verdi come se fosse il primo passo sulla luna del genere umano. Poi una tastiera musicale elettronica, che trasformava i tasti del pc in inascoltabili tremolii sonori. Poi ancora le cose molto strutturate e complesse che oggi mi rendono un programmatore e mi danno il pane.
Quindi una passione, un modo per concretizzare i propri pensieri, che diventa un occupazione, una professione, una ragione di vita.
Il principe di tutti i miei sogni da quando ho iniziato a colpire i tasti, era poter scrivere un codice che non fosse fine a se stesso ma che proseguisse la sua vita indipendentemente da me, una creatura che non fosse la semplice estensione di un pensiero finalizzato, ma che avesse una vita propria.
Molto prima di Matrix, ho scoperto una tecnologia, creata da una persona che deve aver avuto lo stesso stimolo del creatore.
Una tecnologia che rende possibile l'indipendenza del codice sorgente dalla mano dell'uomo, una serie di "Agenti" (codice applicativo), distribuiti geograficamente in rete, che creano una confederazione virtuale, nella quale essi sono in grado di interagire spontaneamente e di mutare il loro stato a fronte di queste interazioni.
Gli agenti vivono quindi in un'agenzia, un mondo virtuale del quale si conosce lo stato iniziale ma non quello finale, si possono definire le regole universali per quella agenzia, ma non il modo in cui esse vengono applicate.
Durante la fase di design del mio primo universo spontaneo, dovevo trovare un campo di azione, un contesto nel quale dare un senso al progetto di vita elettronica. Cercando in rete, trovai uno studente universitario che nella sua tesi aveva fatto uno studio di fattibilità sull'applicabilità della tecnologia Jini, così si chiama il framework realizzato da Sun per lo sviluppo di Agenti, nell'automazione della casa.
Iniziai a studiare approfonditamente tutto ciò che era stato fatto in passato sulla domotica e iniziati a scrivere il mio universo in funzione di questo scopo.
A quel tempo, tenevo docenze per un corso Europeo, che prevedeva un periodo di tirocinio, e chiesi a 5 studenti di affiancarmi nella creazione della prima versione.
Incredibilmente, come in "Alice nel paese delle meraviglie", bastava pensare una cosa ed era realizzata, gli agenti iniziarono a collaborare tra di loro e a vivere indipendentemente da noi.
Fu un esperienza molto intensa che mi portò, dopo un primo periodo di entusiasmo accademico, a cercare una applicazione concreta agli agenti.
Ero in grado di simulare l'accensione e lo spegnimento di una lampadina virtuale, ma non di chiudere le tende dell'ufficio, il dominio di esistenza del mio universo era e restava il mondo ovattato dei sogni e non aveva applicazioni concrete nel mondo reale.
Mi misi a cercare il braccio che mancava alla mente che avevo realizzato.
Trovai alcune tecnologie che erano ovviamente a solo appannaggio di mondi lontani dall'Italia, con costi insostenibili per una piccola azienda che non riceve nessun aiuto se non dalle persone che la compongono.
Fino a che non scoprii che l'eccellenza della domotica applicata, risiedeva proprio in Italia.
Un gruppo di menti illuminate all'interno di una grande azienda del settore (Bticino Spa), da anni studiava per realizzare un
sistema domotico a costi abbordabili e di semplice fruizione.
Decisi quindi di dotare a nostre spese, l'ufficio del primo impianto domotico Bticino Myhome della nostra zona. Passai le giornate e le notti in auto apprendimento per costruire tutto l'impianto. Dovevo capirne i segreti e tutti i minimi dettagli per poter "insegnare" alla mia confederazione di agenti a parlare con il braccio che avrebbe dimostrato la propria esistenza.
Durante questo periodo nacque la proficua collaborazione con l'università degli studi di Pisa, avevamo e abbiamo come azienda, necessità di personale qualificato da inserire presso in nostri clienti e sui progetti interni.
Persone che pensassero il lavoro in un nuovo modo e che ci aiutassero a costruire un nuovo modello di azienda.
Furono realizzate numerose tesi sul mio universo che ben presto divenne la nostra palestra per le menti.
Se fu fisicamente estenuante e faticoso installare l'impianto domotico per un elettricista improvvisato come me, fu molto più difficile cercare di interpretare come esso funzionasse.
Non avevo scelta, dovevo chiedere aiuto a coloro che avevano inventato, progettato e realizzato MyHome.
Inviai una mail al team di Bticino, nel giro di qualche giorno mi risposero e mi invitarono nella loro sede.
Come un bimbo in una gelateria, entrai nel loro laboratori e ammirato dalla loro capacità tecnico innovativa
imprenditoriali, chiesi l'aiuto che non mi negarono.
Da allora l'universo è cresciuto, ha iniziato a parlare e vedere, a ragionare tramite motori inferenziali e reti neurali, comanda tende, condizionatori e sistemi di antifurto.
Ha formato molte delle persone che oggi compongono la nostra azienda e in futuro ne formerà molte altre.
Ma come al solito nel nostro paese, progetti che potrebbero portare innovazione nel mercato globale, restano per pochi se non per nessuno visto che a nessuno che conta importa nulla degli universi paralleli al loro!
L'informatica è una sorta di magia, che nasce dentro a una persona dalla tenera età, si mescola con i pensieri e inizia piano piano a concretizzarsi solo quando si inizia a padroneggiare uno dei tanti linguaggi che io chiamo "dei sogni".
Così ho iniziato a nove anni a scrivere i miei di sogni.
Dapprima un piccolo "Ciao Mondo", che si stagliava sul mio monitor a fosfori verdi come se fosse il primo passo sulla luna del genere umano. Poi una tastiera musicale elettronica, che trasformava i tasti del pc in inascoltabili tremolii sonori. Poi ancora le cose molto strutturate e complesse che oggi mi rendono un programmatore e mi danno il pane.
Quindi una passione, un modo per concretizzare i propri pensieri, che diventa un occupazione, una professione, una ragione di vita.
Il principe di tutti i miei sogni da quando ho iniziato a colpire i tasti, era poter scrivere un codice che non fosse fine a se stesso ma che proseguisse la sua vita indipendentemente da me, una creatura che non fosse la semplice estensione di un pensiero finalizzato, ma che avesse una vita propria.
Molto prima di Matrix, ho scoperto una tecnologia, creata da una persona che deve aver avuto lo stesso stimolo del creatore.
Una tecnologia che rende possibile l'indipendenza del codice sorgente dalla mano dell'uomo, una serie di "Agenti" (codice applicativo), distribuiti geograficamente in rete, che creano una confederazione virtuale, nella quale essi sono in grado di interagire spontaneamente e di mutare il loro stato a fronte di queste interazioni.
Gli agenti vivono quindi in un'agenzia, un mondo virtuale del quale si conosce lo stato iniziale ma non quello finale, si possono definire le regole universali per quella agenzia, ma non il modo in cui esse vengono applicate.
Durante la fase di design del mio primo universo spontaneo, dovevo trovare un campo di azione, un contesto nel quale dare un senso al progetto di vita elettronica. Cercando in rete, trovai uno studente universitario che nella sua tesi aveva fatto uno studio di fattibilità sull'applicabilità della tecnologia Jini, così si chiama il framework realizzato da Sun per lo sviluppo di Agenti, nell'automazione della casa.
Iniziai a studiare approfonditamente tutto ciò che era stato fatto in passato sulla domotica e iniziati a scrivere il mio universo in funzione di questo scopo.
A quel tempo, tenevo docenze per un corso Europeo, che prevedeva un periodo di tirocinio, e chiesi a 5 studenti di affiancarmi nella creazione della prima versione.
Incredibilmente, come in "Alice nel paese delle meraviglie", bastava pensare una cosa ed era realizzata, gli agenti iniziarono a collaborare tra di loro e a vivere indipendentemente da noi.
Fu un esperienza molto intensa che mi portò, dopo un primo periodo di entusiasmo accademico, a cercare una applicazione concreta agli agenti.
Ero in grado di simulare l'accensione e lo spegnimento di una lampadina virtuale, ma non di chiudere le tende dell'ufficio, il dominio di esistenza del mio universo era e restava il mondo ovattato dei sogni e non aveva applicazioni concrete nel mondo reale.
Mi misi a cercare il braccio che mancava alla mente che avevo realizzato.
Trovai alcune tecnologie che erano ovviamente a solo appannaggio di mondi lontani dall'Italia, con costi insostenibili per una piccola azienda che non riceve nessun aiuto se non dalle persone che la compongono.
Fino a che non scoprii che l'eccellenza della domotica applicata, risiedeva proprio in Italia.
Un gruppo di menti illuminate all'interno di una grande azienda del settore (Bticino Spa), da anni studiava per realizzare un
sistema domotico a costi abbordabili e di semplice fruizione.
Decisi quindi di dotare a nostre spese, l'ufficio del primo impianto domotico Bticino Myhome della nostra zona. Passai le giornate e le notti in auto apprendimento per costruire tutto l'impianto. Dovevo capirne i segreti e tutti i minimi dettagli per poter "insegnare" alla mia confederazione di agenti a parlare con il braccio che avrebbe dimostrato la propria esistenza.
Durante questo periodo nacque la proficua collaborazione con l'università degli studi di Pisa, avevamo e abbiamo come azienda, necessità di personale qualificato da inserire presso in nostri clienti e sui progetti interni.
Persone che pensassero il lavoro in un nuovo modo e che ci aiutassero a costruire un nuovo modello di azienda.
Furono realizzate numerose tesi sul mio universo che ben presto divenne la nostra palestra per le menti.
Se fu fisicamente estenuante e faticoso installare l'impianto domotico per un elettricista improvvisato come me, fu molto più difficile cercare di interpretare come esso funzionasse.
Non avevo scelta, dovevo chiedere aiuto a coloro che avevano inventato, progettato e realizzato MyHome.
Inviai una mail al team di Bticino, nel giro di qualche giorno mi risposero e mi invitarono nella loro sede.
Come un bimbo in una gelateria, entrai nel loro laboratori e ammirato dalla loro capacità tecnico innovativa
imprenditoriali, chiesi l'aiuto che non mi negarono.
Da allora l'universo è cresciuto, ha iniziato a parlare e vedere, a ragionare tramite motori inferenziali e reti neurali, comanda tende, condizionatori e sistemi di antifurto.
Ha formato molte delle persone che oggi compongono la nostra azienda e in futuro ne formerà molte altre.
Ma come al solito nel nostro paese, progetti che potrebbero portare innovazione nel mercato globale, restano per pochi se non per nessuno visto che a nessuno che conta importa nulla degli universi paralleli al loro!
galli che cantano
di Antonio Esposito
Quante volte, tante, troppe, sentiamo politici, esperti, manager di qualche tipo che, grazie ad un veicolo mediatico, spiegano al “popolo ignorante” le cose che il popolo non sa e che ha bisogno di sapere per comprendere il significato delle decisioni prese.
Un esempio tipico è dato dalla giustificazione delle proprie decisioni sulla base di quanto accade in altri paesi.
Siete scontenti – questo il leit motiv ricorrente – e allora sappiate che nelle altre nazioni le cose funzionano proprio così.
La cosa, di per sé assai poco edificante dato che una decisione sbagliata non diventa giusta perché è stata presa anche da altre parti, diventa addirittura inquietante quando scopri che molti di questi signori hanno al massimo visitato ma mai effettivamente vissuto (la differenza non dovrebbe loro sfuggire) nei posti che citano così di frequente.
Qual’è l’origine di questo comportamento?
Personalmente, sono arrivato a una conclusione che cercherò di spiegare, come sono solito fare con qualunque fenomeno naturale mi capiti di analizzare, con un immagine. Nel caso specifico una largamente in uso a Napoli: “Fare il Gallo sulla Munnezza (*)”.
Ma procediamo con ordine.
Un buon manager - gestore ha due modi fondamentali per raggiungere gli obiettivi. In primo luogo deve selezionare le miglior risorse umane disponibili, spendendo quanto più possibile in energia (tempo, denaro, cervello, sensi…) per questa selezione. Deve capire se tali risorse sono capaci di fare, possibilmente meglio, le stesse cose che fa lui. Deve dare loro forza, motivazione, entusiasmo, spingerle verso l’obiettivo, infondere in loro la missione. Deve ascoltare bene queste risorse, deve carpire tutto ciò che hanno prodotto durante lo svolgimento del proprio lavoro, deve guardarle dentro. In secondo luogo deve saper decidere quale delle tante strade che incontra (aperte dal lavoro delle sue risorse) deve prendere per raggiungere l’obiettivo nel modo più efficiente (è una responsabilità sua, ma se ha preparato bene il gruppo di lavoro, il rischio di fallire sarà minimo).
Manager così ne ho incontrati veramente pochi, ma ovviamente tutti di successo.
La stragrande maggioranza di essi si dimostra invece di grande mediocrità.
In quanto mediocre, per deficienza intrinseca non solo seleziona mediocri ma si dispone a selezionarli più scarsi di lui, quando intuisce che una risorsa può brillare un po’ – cosa facile – la elimina perchè ha paura che gli possa “prendere il posto”.
Il risultato?
La stragrande maggioranza dei gruppi di gestione sono fatti da un substrato di mediocri che sostanzialmente fanno e dicono quello che gli dice… il Gallo.
E poiché ogni organizzazione, pubblica o privata, è organizzata in gruppi di gestione, queste sacche di mediocrità dominano pressocché ovunque, soprattutto nelle strutture più grandi.
Recentemente, mi si è allora materializzata una scena: tali gruppi di gestione dovranno decidere se un giovane italiano, alla fine del corso di studi superiori, sia preparato o meno per accedere alla cultura del corso successivo.
A guardarla da fuori e pensando ai risultati di una tale politica fra venti o trent’anni viene cinicamente da sghignazzare. A guardarla da dentro però la reazione è decisamente diversa: i selezionati di oggi saranno quelli che dovranno prendere decisioni, selezionare strade… e selezionare nuove risorse (!). Uno scenario a dir poco agghiacciante.
La mia idea è che una società di Galli non può cambiare da sola, dal di dentro. In fisica (cioè in natura) ciò corrisponderebbe a sedersi su una sedia, spingersi forte verso l’alto e muoversi in tale direzione con una certa velocità. Come sappiamo è impossibile, dato che in un sistema chiuso l’energia resta dentro e non può modificarsi. Per muovere la sedia verso l’alto c’e’ bisogno di una spinta dall’esterno, di uno di energia.
La mia proposta di spinta dall’esterno prevede la necessità di inserire nella struttura gestionale e imprenditoriale italiano persone con una mentalità diversa, che possano contaminare il substrato esistente con un nuovo modo di agire e di gestire. Non è obbligatorio essere esterofili. È però indispensabile che abbiano assimilato per almeno 3-5 anni una forma mentis “altra”, essersi confrontati con altre culture, con altri mondi in modo profondo. Italiani va bene, dunque. Purché sappiano che esiste dell’altro non per sentito dire dai galli o per aver fatto 6 mesi di “stage” a singhiozzo, ma perchè l’hanno vissuto sulla propria pelle e ne hanno capito i pregi e i difetti.
I fondi strutturali per gli aiuti alle zone in sviluppo sono stati negli ultimi 25 anni di molte decine di migliaia di milioni di euro (decine di migliaia di miliardi delle vecchie lire !!). I pacchetti di fondi che si mettono a disposizione per i progetti sono ogni volta di alcune centinaia di milioni di euro.
Mandare 100-200 persone all’anno all’estero a “farsi le ossa” sarebbe un investimento (vero) di 5-10 milioni di euro al massimo, una frazione minima
dei soldi che si stanziano spesso a scopo assistenzialistico e che invece chiamano “investimento”.
Di fronte ad una tale evidenza perchè tutti parlano e nessuno agisce? Siamo
allora sul serio una società fatta di soli galli?
(*) immondizia
Quante volte, tante, troppe, sentiamo politici, esperti, manager di qualche tipo che, grazie ad un veicolo mediatico, spiegano al “popolo ignorante” le cose che il popolo non sa e che ha bisogno di sapere per comprendere il significato delle decisioni prese.
Un esempio tipico è dato dalla giustificazione delle proprie decisioni sulla base di quanto accade in altri paesi.
Siete scontenti – questo il leit motiv ricorrente – e allora sappiate che nelle altre nazioni le cose funzionano proprio così.
La cosa, di per sé assai poco edificante dato che una decisione sbagliata non diventa giusta perché è stata presa anche da altre parti, diventa addirittura inquietante quando scopri che molti di questi signori hanno al massimo visitato ma mai effettivamente vissuto (la differenza non dovrebbe loro sfuggire) nei posti che citano così di frequente.
Qual’è l’origine di questo comportamento?
Personalmente, sono arrivato a una conclusione che cercherò di spiegare, come sono solito fare con qualunque fenomeno naturale mi capiti di analizzare, con un immagine. Nel caso specifico una largamente in uso a Napoli: “Fare il Gallo sulla Munnezza (*)”.
Ma procediamo con ordine.
Un buon manager - gestore ha due modi fondamentali per raggiungere gli obiettivi. In primo luogo deve selezionare le miglior risorse umane disponibili, spendendo quanto più possibile in energia (tempo, denaro, cervello, sensi…) per questa selezione. Deve capire se tali risorse sono capaci di fare, possibilmente meglio, le stesse cose che fa lui. Deve dare loro forza, motivazione, entusiasmo, spingerle verso l’obiettivo, infondere in loro la missione. Deve ascoltare bene queste risorse, deve carpire tutto ciò che hanno prodotto durante lo svolgimento del proprio lavoro, deve guardarle dentro. In secondo luogo deve saper decidere quale delle tante strade che incontra (aperte dal lavoro delle sue risorse) deve prendere per raggiungere l’obiettivo nel modo più efficiente (è una responsabilità sua, ma se ha preparato bene il gruppo di lavoro, il rischio di fallire sarà minimo).
Manager così ne ho incontrati veramente pochi, ma ovviamente tutti di successo.
La stragrande maggioranza di essi si dimostra invece di grande mediocrità.
In quanto mediocre, per deficienza intrinseca non solo seleziona mediocri ma si dispone a selezionarli più scarsi di lui, quando intuisce che una risorsa può brillare un po’ – cosa facile – la elimina perchè ha paura che gli possa “prendere il posto”.
Il risultato?
La stragrande maggioranza dei gruppi di gestione sono fatti da un substrato di mediocri che sostanzialmente fanno e dicono quello che gli dice… il Gallo.
E poiché ogni organizzazione, pubblica o privata, è organizzata in gruppi di gestione, queste sacche di mediocrità dominano pressocché ovunque, soprattutto nelle strutture più grandi.
Recentemente, mi si è allora materializzata una scena: tali gruppi di gestione dovranno decidere se un giovane italiano, alla fine del corso di studi superiori, sia preparato o meno per accedere alla cultura del corso successivo.
A guardarla da fuori e pensando ai risultati di una tale politica fra venti o trent’anni viene cinicamente da sghignazzare. A guardarla da dentro però la reazione è decisamente diversa: i selezionati di oggi saranno quelli che dovranno prendere decisioni, selezionare strade… e selezionare nuove risorse (!). Uno scenario a dir poco agghiacciante.
La mia idea è che una società di Galli non può cambiare da sola, dal di dentro. In fisica (cioè in natura) ciò corrisponderebbe a sedersi su una sedia, spingersi forte verso l’alto e muoversi in tale direzione con una certa velocità. Come sappiamo è impossibile, dato che in un sistema chiuso l’energia resta dentro e non può modificarsi. Per muovere la sedia verso l’alto c’e’ bisogno di una spinta dall’esterno, di uno
La mia proposta di spinta dall’esterno prevede la necessità di inserire nella struttura gestionale e imprenditoriale italiano persone con una mentalità diversa, che possano contaminare il substrato esistente con un nuovo modo di agire e di gestire. Non è obbligatorio essere esterofili. È però indispensabile che abbiano assimilato per almeno 3-5 anni una forma mentis “altra”, essersi confrontati con altre culture, con altri mondi in modo profondo. Italiani va bene, dunque. Purché sappiano che esiste dell’altro non per sentito dire dai galli o per aver fatto 6 mesi di “stage” a singhiozzo, ma perchè l’hanno vissuto sulla propria pelle e ne hanno capito i pregi e i difetti.
I fondi strutturali per gli aiuti alle zone in sviluppo sono stati negli ultimi 25 anni di molte decine di migliaia di milioni di euro (decine di migliaia di miliardi delle vecchie lire !!). I pacchetti di fondi che si mettono a disposizione per i progetti sono ogni volta di alcune centinaia di milioni di euro.
Mandare 100-200 persone all’anno all’estero a “farsi le ossa” sarebbe un investimento (vero) di 5-10 milioni di euro al massimo, una frazione minima
dei soldi che si stanziano spesso a scopo assistenzialistico e che invece chiamano “investimento”.
Di fronte ad una tale evidenza perchè tutti parlano e nessuno agisce? Siamo
allora sul serio una società fatta di soli galli?
(*) immondizia
per genio e per cosa
di Andrea Lagomarsini
Dopo un grande sforzo fisico arriva sempre il momento dell’acido lattico. Il tempo necessario allo smaltimento della “stanchezza” dipende dal livello di preparazione ma la sensazione di torpore e congestione è identica per tutti. In questo periodo, quando l’eccitazione adrenalinica dei momenti della prestazione svaniscono lentamente, si tirano le somme dell’accaduto.
Durante la prestazione, sembra che tutto sia perfetto, che tutto si incastri come in un complesso puzzle fatto al primo tentativo.Tutti gli ingranaggi ruotano perfettamente e la prestazione sembra straordinaria, oltrepassi trionfante il traguardo, vinci, ma dopo arriva il momento della riflessione..
Durante la riflessione ci si accorge che l’adrenalina spesso, fa brutti scherzi, l’eccitazione dei momenti tende a smussare angoli, abbreviare vie che sembrano essere molto più semplici da percorrere.
Una innumerevole quantità di Idee che deve essere messa a compimento, è un enorme sforzo fisico.
Ci vantiamo presuntuosamente con il resto del mondo, della nostra intraprendenza, della nostra capacità di gestire le relazioni pubbliche, del genio che ci contraddistingue e che il più delle volte è arte di arrangiarsi. Ma in realtà il genio viene spesso vanificato dalla riflessione. Creiamo delle barriere mentali, ci nascondiamo dietro alle distanze fisiche o semplicemente ci lasciamo trascinare dalla pigrizia nella quotidianità. La determinazione e la tenacia è ciò che più ci manca. Siamo un popolo di sognatori, di inventori ma non sempre riusciamo ad emergere e vincere le nostre gare, perché non concludiamo.
Molliamo prima di raggiungere il traguardo, che avremmo sicuramente oltrepassato per primi, se non ci fossimo lasciati sopraffare dalla paura della stanchezza fisica o dalla percezione che abbiamo di essa.
Il “lavoro” nobilita e libera l’uomo dicevano i miei antenati, per “lavoro”, nella sua accezione più arcaica, intendevano la fatica fisica che si procuravano nei campi o durante una transumanza, nella gara per la sopravvivenza contro la fame e la povertà.
Grazie ai loro sacrifici, per me oggi la fatica è molto più concettuale e la devo cercare sulle piste da sci o coltivando il fazzoletto di terra per hobby. Il significato intrinseco è immutato, la riflessione è necessaria per correggere il tiro, per comprendere cosa si sta sbagliando e migliorarsi.
Un grandissimo pregio è comprendere i propri difetti e cercare di superarli.
Dobbiamo quindi imparare a superarci, per uscire dal grigiore dei momenti di riflessione, rinfrancati , ristabiliti, più sicuri e pronti di prima.
Nella teoria dei sistemi e in controlli automatici questo paradigma viene esplicato con i sistemi in retroazione, che prendono come input anche il loro errore in uscita in modo da migliorarsi continuamente fino al raggiungimento dell’obiettivo.
Un buon allenamento ti permette di creare ed interpolare sempre nuove idee di arricchire la cultura personale condividendo quella altrui.
Che allenamento sarebbe senza una fase di miglioramento e studio delle prestazioni , magari condotta da un prestigioso personal trainer?
Il rischio è grande, perdersi, rinunciare e non terminare e se così fosse mi viene da pensare: tanto genio per cosa?
Dopo un grande sforzo fisico arriva sempre il momento dell’acido lattico. Il tempo necessario allo smaltimento della “stanchezza” dipende dal livello di preparazione ma la sensazione di torpore e congestione è identica per tutti. In questo periodo, quando l’eccitazione adrenalinica dei momenti della prestazione svaniscono lentamente, si tirano le somme dell’accaduto.
Durante la prestazione, sembra che tutto sia perfetto, che tutto si incastri come in un complesso puzzle fatto al primo tentativo.Tutti gli ingranaggi ruotano perfettamente e la prestazione sembra straordinaria, oltrepassi trionfante il traguardo, vinci, ma dopo arriva il momento della riflessione..
Durante la riflessione ci si accorge che l’adrenalina spesso, fa brutti scherzi, l’eccitazione dei momenti tende a smussare angoli, abbreviare vie che sembrano essere molto più semplici da percorrere.
Una innumerevole quantità di Idee che deve essere messa a compimento, è un enorme sforzo fisico.
Ci vantiamo presuntuosamente con il resto del mondo, della nostra intraprendenza, della nostra capacità di gestire le relazioni pubbliche, del genio che ci contraddistingue e che il più delle volte è arte di arrangiarsi. Ma in realtà il genio viene spesso vanificato dalla riflessione. Creiamo delle barriere mentali, ci nascondiamo dietro alle distanze fisiche o semplicemente ci lasciamo trascinare dalla pigrizia nella quotidianità. La determinazione e la tenacia è ciò che più ci manca. Siamo un popolo di sognatori, di inventori ma non sempre riusciamo ad emergere e vincere le nostre gare, perché non concludiamo.
Molliamo prima di raggiungere il traguardo, che avremmo sicuramente oltrepassato per primi, se non ci fossimo lasciati sopraffare dalla paura della stanchezza fisica o dalla percezione che abbiamo di essa.
Il “lavoro” nobilita e libera l’uomo dicevano i miei antenati, per “lavoro”, nella sua accezione più arcaica, intendevano la fatica fisica che si procuravano nei campi o durante una transumanza, nella gara per la sopravvivenza contro la fame e la povertà.
Grazie ai loro sacrifici, per me oggi la fatica è molto più concettuale e la devo cercare sulle piste da sci o coltivando il fazzoletto di terra per hobby. Il significato intrinseco è immutato, la riflessione è necessaria per correggere il tiro, per comprendere cosa si sta sbagliando e migliorarsi.
Un grandissimo pregio è comprendere i propri difetti e cercare di superarli.
Dobbiamo quindi imparare a superarci, per uscire dal grigiore dei momenti di riflessione, rinfrancati , ristabiliti, più sicuri e pronti di prima.
Nella teoria dei sistemi e in controlli automatici questo paradigma viene esplicato con i sistemi in retroazione, che prendono come input anche il loro errore in uscita in modo da migliorarsi continuamente fino al raggiungimento dell’obiettivo.
Un buon allenamento ti permette di creare ed interpolare sempre nuove idee di arricchire la cultura personale condividendo quella altrui.
Che allenamento sarebbe senza una fase di miglioramento e studio delle prestazioni , magari condotta da un prestigioso personal trainer?
Il rischio è grande, perdersi, rinunciare e non terminare e se così fosse mi viene da pensare: tanto genio per cosa?
Associazione Due giugno
Introduzione di Carlo Ghezzi
Hotel Minerva, Roma 15 giugno 2007
Chi siamo e cosa vogliamo. Siamo donne e uomini che si sono misurati nel recente congresso dei DS e che hanno fatto vivere le loro posizioni collocandosi nelle mozioni sia di maggioranza che di minoranza. Alcuni di noi non sono invece iscritti a nessun partito.
Riteniamo che la democrazia italiana abbia bisogno di una forza politica nuova, capace di riunificate il campo di forze di progresso, oggi disperso, diviso e segmentato, che si candidi a riprogettare il paese e a guidarlo, ad essere la sinistra moderna del secolo che è da poco iniziato. Con questa impostazione intendiamo cimentarci nella fase costituente per la formazione del Partito Democratico per dare alla democrazia italiana un nuovo soggetto politico popolare di sinistra, pluralista e radicato nel mondo dei lavori, dei saperi, della ricerca, dei ceti produttivi, in grado di svolgere la funzione sociale e di governo dei grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei. I congressi dei DS e della Margherita non hanno sciolto una serie di nodi a partire dalla collocazione internazionale della nuova forza politica. Alcuni compagni, con i quali abbiamo condiviso alcune nostre battaglie all’interno dei DS, hanno scelto una strada diversa dalla nostra e hanno intrapreso un progetto di aggregazione della sinistra critica.
Ci pare paradossale che i maggiori progetti oggi in discussione di ristrutturazione della sinistra e del campo riformista lascino indefinita la questione della affiliazione europea. Una questione non si può aggirare. L’Europa è ormai il principale e più decisivo spazio della politica e solo nel PSE si trova la strumentazione per affrontare, nella dimensione globale, le più importanti sfide della modernità.
Seguitiamo a considerare deficitari e rischiosi sia i tempi che le modalità con cui si sta procedendo alla definizione della fase costituente del Partito Democratico. Confusione, incertezze, autoreferenzialità, smodata attenzione alla leadership e pochissima ai contenuti programmatici e ideali la stanno attualmente caratterizzando. Il manifesto del partito democratico appare, a nostro giudizio, decisamente inadeguato, è da riscrivere in modo radicale. Deve essere il frutto di una vera e pluralistica partecipazione.
Si sta aprendo una fase che dovrà definire i caratteri di un nuovo partito e le sue regole in un confronto serrato su quali debbano esserne le basi culturali, i contenuti programmatici, i riferimenti ideali, il modello organizzativo e le regole di partecipazione e di adesione. Dalla riuscita o meno di questo progetto dipenderà il futuro della Sinistra italiana. Al termine dei lavori della costituente ognuno potrà liberamente valutare, con la massima serenità e con elementi di concreta ponderazione, se si saranno realizzate le condizioni per aderire alla nuova forza politica o meno.
Abbiamo così deciso di avviare la costituzione di una Associazione nazionale denominata “Due Giugno” quale luogo aperto di elaborazione, confronto, formazione, comunicazione e iniziativa politica. Una Associazione che sin dalla sua nascita costruisce un rapporto diretto con strutture associative che sono nate o stanno nascendo in molte regioni (Toscana, Lazio, Lombardia, Veneto, Piemonte e altre ancora) con le quali intendiamo consolidare, e in diversi casi lo stiamo già facendo, un rapporto politico-culturale e organizzativo in rete. L’Associazione sostiene, anche per mezzo della propria adesione, i movimenti politici operanti a livello nazionale, europeo, e internazionale di ispirazione democratica, laica, socialista e ambientalista. Per questo riteniamo si debba consolidare uno stretto rapporti con il PSE e con il suo gruppo al Parlamento Europeo.
Abbiamo voluto chiamarla “Due giugno” perché ripropone una data fondamentale nella nostra storia, quella della elezione della Assemblea costituente del 1946, della scelta della Repubblica, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro, che ha tracciato la strada della rinascita della democrazia nel nostro paese e del suo sviluppo civile, economico e culturale.
L’Associazione «Due giugno» si ispira ai valori della democrazia, della laicità, del socialismo, della sostenibilità ambientale. Si propone di promuovere il dibattito civile, culturale e politico e di realizzare iniziative tendenti alla diffusione e alla affermazione dei propri valori fondativi. Possono aderire alla Associazione “Due giugno” tutti coloro che condividano gli scopi e le finalità della Associazione stessa.
Possono altresì aderirvi - sia direttamente che in forma federativa - persone giuridiche e associazioni riconosciute e non riconosciute che non abbiano fine di lucro e siano di carattere politico e culturale, nonché Circoli, Gruppi tematici, Comitati ed Organizzazioni di carattere politico, culturale, sociale.
Riteniamo che la sfida per la costruzione di un partito nuovo passi per la sua capacità di far convivere forze radicali, riformiste e nuove culture. Ora si tratta di discutere con passione, intelligenza e concretezza quali siano i caratteri fondanti di un nuovo partito e cosa esso debba essere nel panorama politico italiano ed europeo.
In forma autonoma e con la nostra visione critica, intendiamo concorrere alla riconquista nella società un sentimento di fiducia verso una politica pulita, coerente e vicina ai problemi dei cittadini, e, insieme, improntata a grandi ideali di libertà, di giustizia, di promozione dei diritti individuali. Va ridefinita una etica della politica che ripristini un circuito di fiducia su valori condivisi tra eletti, militanti ed elettori.
Va affermata la piena laicità della politica e dello Stato, il pieno rispetto dell'orientamento e delle scelte di vita di ciascuno, considerando la laicità un principio universale che salvaguarda tutti, un elemento di garanzia collettiva per credenti e non credenti, fedeli a una o un'altra religione. La laicità è lo spazio pubblico dove è consentito il libero confronto democratico tra le diverse posizioni, dando ad esse pari dignità. La laicità è condizione della democrazia e della convivenza tra liberi cittadini. La libertà di ognuno, il credo religioso o filosofico non possono colpire l’identità, i diritti e la libertà di altri.
Siamo impegnati per la promozione di un nuovo patto sociale che parta da una incisiva e redistributiva politica dei redditi, che innovi e renda più efficaci i servizi alla persona. Il cuore della questione, il discrimine invalicabile tra destra e sinistra rimane, ancora oggi, la prospettiva dello Stato sociale, un sistema universalistico e inclusivo che assicuri a tutti un’effettiva cittadinanza. Siamo dunque, una profonda riorganizzazione, ma al tempo stesso una rigorosa difesa dei cardini fondamentali del welfare.
Va riprecisato il nostro radicamento sociale con l’elaborazione di una nuova centralità del lavoro. Senza lavoro e senza diritti sul lavoro si è cittadini dimezzati. Il valore del lavoro, la sua dignità sono e restano il baricentro culturale di una grande forza democratica, socialista e riformista anche nei tumultuosi tempi di cambiamento che stiamo attraversando. Oggi abbiamo purtroppo un mercato del lavoro che traduce la flessibilità in precariato. La flessibilità del lavoro deve essere regolata e deve mettere in rilievo il tema della conoscenza, della formazione continua, delle nuove relazioni fra tempo di lavoro e tempo di vita e i diritti delle persone. Il lavoro è il primo terreno sul quale ciascuno sperimenta la propria cittadinanza.
Lo sviluppo della economia deve poggiare su innovazione, ricerca, saperi, infrastrutture, su imprese di qualità e capaci di crescere; si devono contrastare con determinazione le rendite e liberare risorse nuove per allargare e rafforzare un mercato che incorpori regolamentazione. Attuare politiche che tutelino e promuovano i beni comuni, primo fra tutti l’ambiente, ma anche la cultura, le risorse immateriali.
La riconversione ecologica dell’economia deve promuovere innovazione imprenditoriale e di sistema ridefinendo lo sviluppo come risultante dei fattori di miglioramento qualitativo umano, sociale, ambientale e culturale della produzione. Il concetto stesso di sviluppo sostenibile è sempre più legato al futuro dell'umanità.
Va promossa una politica di genere e di pari opportunità, che abbia l’obiettivo di rendere concretamente più permeabili i mondi della politica, del lavoro, della ricerca, delle istituzioni alla presenza e alla cultura delle donne, insieme ad una politica di tutela e promozione dei diritti delle donne nella vita sociale e civile.
Il multilaterismo e il dialogo costituiscono la migliore forma di prevenzione e risoluzione dei conflitti internazionali per la costruzione di una politica di pace fra i popoli.
Intendiamo dunque contribuire alla nascita di un partito che deve essere plurale ma avere una propria identità, che sappia ascoltare la società tutta, ma che continui a rappresentare la tradizione e le aspirazioni di progresso del popolo della sinistra italiana, che guardi alle nuove generazioni come investimento per un mondo migliore e nasca con la forza, le idee e il coraggio sufficienti per rinnovare la politica italiana. Insomma un partito di livello europeo quale oggi non abbiamo e rischiamo anche in futuro di non avere.
Abbiamo reso noto un primo elenco di soci promotori della Associazione che si allunga continuamente. Oggi viene presentata la nascita dell’Associazione e il suo statuto, da domani prende avvio la nostra iniziativa politica.
Hotel Minerva, Roma 15 giugno 2007
Chi siamo e cosa vogliamo. Siamo donne e uomini che si sono misurati nel recente congresso dei DS e che hanno fatto vivere le loro posizioni collocandosi nelle mozioni sia di maggioranza che di minoranza. Alcuni di noi non sono invece iscritti a nessun partito.
Riteniamo che la democrazia italiana abbia bisogno di una forza politica nuova, capace di riunificate il campo di forze di progresso, oggi disperso, diviso e segmentato, che si candidi a riprogettare il paese e a guidarlo, ad essere la sinistra moderna del secolo che è da poco iniziato. Con questa impostazione intendiamo cimentarci nella fase costituente per la formazione del Partito Democratico per dare alla democrazia italiana un nuovo soggetto politico popolare di sinistra, pluralista e radicato nel mondo dei lavori, dei saperi, della ricerca, dei ceti produttivi, in grado di svolgere la funzione sociale e di governo dei grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei. I congressi dei DS e della Margherita non hanno sciolto una serie di nodi a partire dalla collocazione internazionale della nuova forza politica. Alcuni compagni, con i quali abbiamo condiviso alcune nostre battaglie all’interno dei DS, hanno scelto una strada diversa dalla nostra e hanno intrapreso un progetto di aggregazione della sinistra critica.
Ci pare paradossale che i maggiori progetti oggi in discussione di ristrutturazione della sinistra e del campo riformista lascino indefinita la questione della affiliazione europea. Una questione non si può aggirare. L’Europa è ormai il principale e più decisivo spazio della politica e solo nel PSE si trova la strumentazione per affrontare, nella dimensione globale, le più importanti sfide della modernità.
Seguitiamo a considerare deficitari e rischiosi sia i tempi che le modalità con cui si sta procedendo alla definizione della fase costituente del Partito Democratico. Confusione, incertezze, autoreferenzialità, smodata attenzione alla leadership e pochissima ai contenuti programmatici e ideali la stanno attualmente caratterizzando. Il manifesto del partito democratico appare, a nostro giudizio, decisamente inadeguato, è da riscrivere in modo radicale. Deve essere il frutto di una vera e pluralistica partecipazione.
Si sta aprendo una fase che dovrà definire i caratteri di un nuovo partito e le sue regole in un confronto serrato su quali debbano esserne le basi culturali, i contenuti programmatici, i riferimenti ideali, il modello organizzativo e le regole di partecipazione e di adesione. Dalla riuscita o meno di questo progetto dipenderà il futuro della Sinistra italiana. Al termine dei lavori della costituente ognuno potrà liberamente valutare, con la massima serenità e con elementi di concreta ponderazione, se si saranno realizzate le condizioni per aderire alla nuova forza politica o meno.
Abbiamo così deciso di avviare la costituzione di una Associazione nazionale denominata “Due Giugno” quale luogo aperto di elaborazione, confronto, formazione, comunicazione e iniziativa politica. Una Associazione che sin dalla sua nascita costruisce un rapporto diretto con strutture associative che sono nate o stanno nascendo in molte regioni (Toscana, Lazio, Lombardia, Veneto, Piemonte e altre ancora) con le quali intendiamo consolidare, e in diversi casi lo stiamo già facendo, un rapporto politico-culturale e organizzativo in rete. L’Associazione sostiene, anche per mezzo della propria adesione, i movimenti politici operanti a livello nazionale, europeo, e internazionale di ispirazione democratica, laica, socialista e ambientalista. Per questo riteniamo si debba consolidare uno stretto rapporti con il PSE e con il suo gruppo al Parlamento Europeo.
Abbiamo voluto chiamarla “Due giugno” perché ripropone una data fondamentale nella nostra storia, quella della elezione della Assemblea costituente del 1946, della scelta della Repubblica, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro, che ha tracciato la strada della rinascita della democrazia nel nostro paese e del suo sviluppo civile, economico e culturale.
L’Associazione «Due giugno» si ispira ai valori della democrazia, della laicità, del socialismo, della sostenibilità ambientale. Si propone di promuovere il dibattito civile, culturale e politico e di realizzare iniziative tendenti alla diffusione e alla affermazione dei propri valori fondativi. Possono aderire alla Associazione “Due giugno” tutti coloro che condividano gli scopi e le finalità della Associazione stessa.
Possono altresì aderirvi - sia direttamente che in forma federativa - persone giuridiche e associazioni riconosciute e non riconosciute che non abbiano fine di lucro e siano di carattere politico e culturale, nonché Circoli, Gruppi tematici, Comitati ed Organizzazioni di carattere politico, culturale, sociale.
Riteniamo che la sfida per la costruzione di un partito nuovo passi per la sua capacità di far convivere forze radicali, riformiste e nuove culture. Ora si tratta di discutere con passione, intelligenza e concretezza quali siano i caratteri fondanti di un nuovo partito e cosa esso debba essere nel panorama politico italiano ed europeo.
In forma autonoma e con la nostra visione critica, intendiamo concorrere alla riconquista nella società un sentimento di fiducia verso una politica pulita, coerente e vicina ai problemi dei cittadini, e, insieme, improntata a grandi ideali di libertà, di giustizia, di promozione dei diritti individuali. Va ridefinita una etica della politica che ripristini un circuito di fiducia su valori condivisi tra eletti, militanti ed elettori.
Va affermata la piena laicità della politica e dello Stato, il pieno rispetto dell'orientamento e delle scelte di vita di ciascuno, considerando la laicità un principio universale che salvaguarda tutti, un elemento di garanzia collettiva per credenti e non credenti, fedeli a una o un'altra religione. La laicità è lo spazio pubblico dove è consentito il libero confronto democratico tra le diverse posizioni, dando ad esse pari dignità. La laicità è condizione della democrazia e della convivenza tra liberi cittadini. La libertà di ognuno, il credo religioso o filosofico non possono colpire l’identità, i diritti e la libertà di altri.
Siamo impegnati per la promozione di un nuovo patto sociale che parta da una incisiva e redistributiva politica dei redditi, che innovi e renda più efficaci i servizi alla persona. Il cuore della questione, il discrimine invalicabile tra destra e sinistra rimane, ancora oggi, la prospettiva dello Stato sociale, un sistema universalistico e inclusivo che assicuri a tutti un’effettiva cittadinanza. Siamo dunque, una profonda riorganizzazione, ma al tempo stesso una rigorosa difesa dei cardini fondamentali del welfare.
Va riprecisato il nostro radicamento sociale con l’elaborazione di una nuova centralità del lavoro. Senza lavoro e senza diritti sul lavoro si è cittadini dimezzati. Il valore del lavoro, la sua dignità sono e restano il baricentro culturale di una grande forza democratica, socialista e riformista anche nei tumultuosi tempi di cambiamento che stiamo attraversando. Oggi abbiamo purtroppo un mercato del lavoro che traduce la flessibilità in precariato. La flessibilità del lavoro deve essere regolata e deve mettere in rilievo il tema della conoscenza, della formazione continua, delle nuove relazioni fra tempo di lavoro e tempo di vita e i diritti delle persone. Il lavoro è il primo terreno sul quale ciascuno sperimenta la propria cittadinanza.
Lo sviluppo della economia deve poggiare su innovazione, ricerca, saperi, infrastrutture, su imprese di qualità e capaci di crescere; si devono contrastare con determinazione le rendite e liberare risorse nuove per allargare e rafforzare un mercato che incorpori regolamentazione. Attuare politiche che tutelino e promuovano i beni comuni, primo fra tutti l’ambiente, ma anche la cultura, le risorse immateriali.
La riconversione ecologica dell’economia deve promuovere innovazione imprenditoriale e di sistema ridefinendo lo sviluppo come risultante dei fattori di miglioramento qualitativo umano, sociale, ambientale e culturale della produzione. Il concetto stesso di sviluppo sostenibile è sempre più legato al futuro dell'umanità.
Va promossa una politica di genere e di pari opportunità, che abbia l’obiettivo di rendere concretamente più permeabili i mondi della politica, del lavoro, della ricerca, delle istituzioni alla presenza e alla cultura delle donne, insieme ad una politica di tutela e promozione dei diritti delle donne nella vita sociale e civile.
Il multilaterismo e il dialogo costituiscono la migliore forma di prevenzione e risoluzione dei conflitti internazionali per la costruzione di una politica di pace fra i popoli.
Intendiamo dunque contribuire alla nascita di un partito che deve essere plurale ma avere una propria identità, che sappia ascoltare la società tutta, ma che continui a rappresentare la tradizione e le aspirazioni di progresso del popolo della sinistra italiana, che guardi alle nuove generazioni come investimento per un mondo migliore e nasca con la forza, le idee e il coraggio sufficienti per rinnovare la politica italiana. Insomma un partito di livello europeo quale oggi non abbiamo e rischiamo anche in futuro di non avere.
Abbiamo reso noto un primo elenco di soci promotori della Associazione che si allunga continuamente. Oggi viene presentata la nascita dell’Associazione e il suo statuto, da domani prende avvio la nostra iniziativa politica.
Come ti erudisco il pupo
Salvatore Casillo, Sabato Aliberti, Vincenzo Moretti
COME TI ERUDISCO IL PUPO
Rapporto sull’università italiana
EDIESSE
Il volume analizza e mette a nudo le condizioni dell’Università italiana al termine del primo ciclo di applicazione della riforma del “tre + due”, portando alla luce incongruenze, errori, perversioni, e offre elementi utili per porre rimedio immediato a situazioni di vera e propria patologia, individuando regole serie e condivise di ri-progettazione dell’assetto complessivo degli studi universitari nel nostro Paese.
Il Regolamento sull’autonomia didattica degli Atenei del 1999, che ha introdotto la formula del cosiddetto "tre + due", e i molteplici ulteriori provvedimenti varati dai ministri Ortensio Zecchino e Letizia Moratti avrebbero dovuto elevare il livello del nostro sistema universitario e, insieme, metterlo in condizione di operare in modo più razionale, efficace ed efficiente rispetto al passato.
La pseudoriforma non sembra però aver centrato tali obiettivi, poiché il sistema universitario italiano versa in una crisi profonda, aggravata da elementi grotteschi e, talvolta, addirittura comici. Le 81 strutture universitarie, pubbliche e private, con le loro 545 Facoltà e i 3.076 Corsi di Studio, tenuti da 60.728 docenti di ruolo e 30.638 professori a contratto, sono passate al setaccio di un paziente e rigoroso lavoro di ricerca e di documentazione, che mette a nudo i tratti più salienti della condizione dell’Università italiana al termine del primo ciclo di applicazione della "riforma", portando alla luce incongruenze, errori, furbizie, favoritismi e perversioni, ma offre anche elementi utili per porre rimedio a situazioni di vera e propria patologia e per individuare linee e regole serie, il più possibile condivise, di riprogettazione sia dell’assetto complessivo degli studi universitari nel nostro Paese sia delle prospettive del loro sviluppo.
COME TI ERUDISCO IL PUPO
Rapporto sull’università italiana
EDIESSE
Il volume analizza e mette a nudo le condizioni dell’Università italiana al termine del primo ciclo di applicazione della riforma del “tre + due”, portando alla luce incongruenze, errori, perversioni, e offre elementi utili per porre rimedio immediato a situazioni di vera e propria patologia, individuando regole serie e condivise di ri-progettazione dell’assetto complessivo degli studi universitari nel nostro Paese.
Il Regolamento sull’autonomia didattica degli Atenei del 1999, che ha introdotto la formula del cosiddetto "tre + due", e i molteplici ulteriori provvedimenti varati dai ministri Ortensio Zecchino e Letizia Moratti avrebbero dovuto elevare il livello del nostro sistema universitario e, insieme, metterlo in condizione di operare in modo più razionale, efficace ed efficiente rispetto al passato.
La pseudoriforma non sembra però aver centrato tali obiettivi, poiché il sistema universitario italiano versa in una crisi profonda, aggravata da elementi grotteschi e, talvolta, addirittura comici. Le 81 strutture universitarie, pubbliche e private, con le loro 545 Facoltà e i 3.076 Corsi di Studio, tenuti da 60.728 docenti di ruolo e 30.638 professori a contratto, sono passate al setaccio di un paziente e rigoroso lavoro di ricerca e di documentazione, che mette a nudo i tratti più salienti della condizione dell’Università italiana al termine del primo ciclo di applicazione della "riforma", portando alla luce incongruenze, errori, furbizie, favoritismi e perversioni, ma offre anche elementi utili per porre rimedio a situazioni di vera e propria patologia e per individuare linee e regole serie, il più possibile condivise, di riprogettazione sia dell’assetto complessivo degli studi universitari nel nostro Paese sia delle prospettive del loro sviluppo.
giovedì, marzo 22, 2007
Formarsi è giusto
Formarsi è giusto. Perché in un mondo che cambia a un ritmo sempre più incessante chi sa, e sa fare, ha più possibilità di non ritrovarsi estraniato, emarginato, escluso, dai processi produttivi, sociali, culturali. Perché in una società che, con strabica, talvolta insopportabile, autoreferenzialità, ama definirsi della conoscenza, l’importanza dell’apprendimento per tutto l’arco della vita dovrebbe rappresentare un presupposto ancor prima che un esito. E perché forse, come intuì una bambina un pò di anni fa, la libertà è davvero il diritto di sapere delle cose.
Il tema è qui la formazione continua per i lavoratori. E all’interno della FC i fondi interprofessionali.
Il piano formativo è un inganno?
La domanda, solo apparentemente provocatoria, può Oggi tutti i settori produttivi più dinamici sono in tensione estrema verso mutamenti forti. Cambiano con rapidità Organizzazioni, Attori e Sistemi di Relazioni interne alle grandi imprese. E spesso è il contesto a determinare il modello organizzativo.
A fronte di una siffatta velocità di mutamento la competenza collettiva rischia di indebolirsi se anche il sistema d’interfaccia organizzativa diventa mutevole.
Il nostro lavoro di sperimentazione, in un quadro di collaborazione molto fattiva con le Parti Sociali ha permesso di:
portare alla luce le differenze tra ciò che c’è e ciò che appare;
testare la tenuta metodologica del modello di pianificazione, ma nel contempo di evidenziare la scarsa sostenibilità di un sistema relazionale “radicalmente“ bilaterale;
delineare le peculiarità della situazione italiana, le criticità ad esse collegate, la difficoltà a immaginare transfer meccanici di buone pratiche sperimentate altrove in Europa;
promuovere un percorso sostenibile che può generare apprendimento di sistema, a partire dalla identificazione di attori e competenze;
individuare i possibili attori chiave chiamati a governare i Piani formativi nelle grandi imprese italiane;
delineare gli elementi di un Piano formativo sui quali è possibile che si attivi una relazione partecipata tra le parti sociali e con quali possibili strumenti.
ALCUNE INDICAZIONI EMERSE DALLA RICERCA
Gli attuali modelli di bilateralità formativa aziendale, tranne qualche caso di eccellenza, non contemplano una concertazione diffusa su tutto il Piano Formativo.
C’è una bilateralità macro negli intenti e molto sfumata sul processo.
Emergono con evidenza alcuni momenti concertativi più di altri, con Fasi e Attori abbastanza definiti, ma la Relazione e i Ruoli restano elementi che meritano ulteriori riflessioni e azioni di rinforzo.
Ad oggi l’allineamento degli intenti e degli obiettivi di tutti gli attori chiave, è più facilmente individuabile all’inizio ed alla fine dei Piani formativi, sulle finalità, gli indirizzi e sulle valutazioni finali.
Il processo del Piano è in parte lasciato alle regole del “mercato”; in parte delegato ad un sistema di attori di facilitazione tecnica; in piccola parte legato ad aspetti negoziali (es l’orario).
Sarebbero utili format di orientamento alla relazione bilaterale (es. l’allineamento degli intenti, la condivisione degli indirizzi del PFA); un set di metodologie e strumenti di natura snella, leggera e adattabile, utili alla verifica congiunta in itinere e finale dei Piani.
Da parte sindacale viene segnalata l’esigenza di entrare meglio nei momenti di monitoraggio e verifiche in itinere; nella individuazione della tipologia dei destinatari; nella definizione del quadro del riconoscimento della competenza ex post; azioni di sensibilizzazione e informazione delle RSU affinchè possano entrare di più e meglio nel merito dei piani formativi.
Da parte aziendale viene segnalata l’esigenza di rendere più flessibili le modalità di accesso al finanziamento dei Piani e maggiore snellezza nelle procedure di gestione.
ALCUNE INDICAZIONI PER IL FUTURO
Nella realtà dei fatti, la firma sul Piano non è garanzia di condivisione.
Processi e procedure hanno bisogno di un background culturale e di un sistema di competenze nel quale ciascun Attore fa la propria parte; di tempi di elaborazione e di sedimentazione lunghi e complessi nelle imprese; di costanza e continuità; di valorizzazione delle buone pratiche; di azioni di rafforzamento, di sostegno agli Attori Sociali (informazione diffusa nelle Imprese; formazione mirata al ruolo di agenti di formazione; sensibilizzazione, anche a partire dal contesto territoriale esterno alle imprese; regia dei processi da parte delle OO.SS territoriali nei confronti delle RSU e delle Associazioni datoriali nei confronti delle imprese associate).
La negoziazione, concertazione, condivisione del piano formativo richiede insomma dei ruoli organizzativi e sociali, un processo di costruzione dal basso da animare e preparare con gli stessi attori sul campo, nei contesti aziendali, misurando modalità e strumenti con le parti direttamente coinvolte.
Gli Attori sociali sono chiamati a svolgere un nuovo ruolo di agenti di formazione continua, agenti di apprendimento nei luoghi di lavoro e ciò pone all’ordine del giorno la necessità di ripensare le strategie di relazione e di stare dentro la relazione bilaterale con un ruolo meno difensivo e più propositivo.
Nell’attivazione di processi di bilateralità, di condivisione dal basso, le responsabilità delle scelte restano interne al sistema di relazione tra le Parti Sociali. E se non c’è un inquadramento preliminare di alcune variabili di contesto (clima organizzativo, relazioni sindacali) e una presa d’atto di quali sono gli Attori che entrano in campo nel sistema di relazione che si crea dentro e fuori le aziende (figure di facilitazione della relazione, figure di supporto alla creazione della relaizone di fiducia, le organizzaizoni datoriali, le OOSS territoriali) si fa oggettivamente molta più fatica ad impostare processi reali di bilateralità.
Si può rafforzare il processo di condivisione, lavorando per:
rendere più sistemico e meno contingente il rapporto con la strategia formativa nelle Grandi Imprese;
definire un orizzonte temporale medio lungo per la programmazione al fine di determinare un processo virtuoso (utilizzare gli esiti finali dei Piani e le verifiche di impatto per fare nuove programmazioni);
pensare e definire congiuntamente il fabbisogno formativo.
Per costruire sensibilità alla condivisione serve una “pedagogia” fondata su esperienze e pratiche di terreno che definiscano quando e cosa condividere, gli intenti e gli impatti, gli obiettivi e i risultati, per le imprese e le persone.
Può essere utile prevedere formule leggere di verifica in itinere, gestibili da parte dei non addetti ai lavori;
snellire le procedure di accesso alla formazione continua;
rafforzare le valutazioni e le autovalutazioni sugli esiti, costruendo indicatori di misura legati alla qualità e all’efficacia della formazione finanziata.
individuare sedi settoriali e territoriali per favorire le prassi di bilateralità nelle imprese.
Dichiarazione di intenti.
Il tema è qui la formazione continua per i lavoratori. E all’interno della FC i fondi interprofessionali.
Il piano formativo è un inganno?
La domanda, solo apparentemente provocatoria, può Oggi tutti i settori produttivi più dinamici sono in tensione estrema verso mutamenti forti. Cambiano con rapidità Organizzazioni, Attori e Sistemi di Relazioni interne alle grandi imprese. E spesso è il contesto a determinare il modello organizzativo.
A fronte di una siffatta velocità di mutamento la competenza collettiva rischia di indebolirsi se anche il sistema d’interfaccia organizzativa diventa mutevole.
Il nostro lavoro di sperimentazione, in un quadro di collaborazione molto fattiva con le Parti Sociali ha permesso di:
portare alla luce le differenze tra ciò che c’è e ciò che appare;
testare la tenuta metodologica del modello di pianificazione, ma nel contempo di evidenziare la scarsa sostenibilità di un sistema relazionale “radicalmente“ bilaterale;
delineare le peculiarità della situazione italiana, le criticità ad esse collegate, la difficoltà a immaginare transfer meccanici di buone pratiche sperimentate altrove in Europa;
promuovere un percorso sostenibile che può generare apprendimento di sistema, a partire dalla identificazione di attori e competenze;
individuare i possibili attori chiave chiamati a governare i Piani formativi nelle grandi imprese italiane;
delineare gli elementi di un Piano formativo sui quali è possibile che si attivi una relazione partecipata tra le parti sociali e con quali possibili strumenti.
ALCUNE INDICAZIONI EMERSE DALLA RICERCA
Gli attuali modelli di bilateralità formativa aziendale, tranne qualche caso di eccellenza, non contemplano una concertazione diffusa su tutto il Piano Formativo.
C’è una bilateralità macro negli intenti e molto sfumata sul processo.
Emergono con evidenza alcuni momenti concertativi più di altri, con Fasi e Attori abbastanza definiti, ma la Relazione e i Ruoli restano elementi che meritano ulteriori riflessioni e azioni di rinforzo.
Ad oggi l’allineamento degli intenti e degli obiettivi di tutti gli attori chiave, è più facilmente individuabile all’inizio ed alla fine dei Piani formativi, sulle finalità, gli indirizzi e sulle valutazioni finali.
Il processo del Piano è in parte lasciato alle regole del “mercato”; in parte delegato ad un sistema di attori di facilitazione tecnica; in piccola parte legato ad aspetti negoziali (es l’orario).
Sarebbero utili format di orientamento alla relazione bilaterale (es. l’allineamento degli intenti, la condivisione degli indirizzi del PFA); un set di metodologie e strumenti di natura snella, leggera e adattabile, utili alla verifica congiunta in itinere e finale dei Piani.
Da parte sindacale viene segnalata l’esigenza di entrare meglio nei momenti di monitoraggio e verifiche in itinere; nella individuazione della tipologia dei destinatari; nella definizione del quadro del riconoscimento della competenza ex post; azioni di sensibilizzazione e informazione delle RSU affinchè possano entrare di più e meglio nel merito dei piani formativi.
Da parte aziendale viene segnalata l’esigenza di rendere più flessibili le modalità di accesso al finanziamento dei Piani e maggiore snellezza nelle procedure di gestione.
ALCUNE INDICAZIONI PER IL FUTURO
Nella realtà dei fatti, la firma sul Piano non è garanzia di condivisione.
Processi e procedure hanno bisogno di un background culturale e di un sistema di competenze nel quale ciascun Attore fa la propria parte; di tempi di elaborazione e di sedimentazione lunghi e complessi nelle imprese; di costanza e continuità; di valorizzazione delle buone pratiche; di azioni di rafforzamento, di sostegno agli Attori Sociali (informazione diffusa nelle Imprese; formazione mirata al ruolo di agenti di formazione; sensibilizzazione, anche a partire dal contesto territoriale esterno alle imprese; regia dei processi da parte delle OO.SS territoriali nei confronti delle RSU e delle Associazioni datoriali nei confronti delle imprese associate).
La negoziazione, concertazione, condivisione del piano formativo richiede insomma dei ruoli organizzativi e sociali, un processo di costruzione dal basso da animare e preparare con gli stessi attori sul campo, nei contesti aziendali, misurando modalità e strumenti con le parti direttamente coinvolte.
Gli Attori sociali sono chiamati a svolgere un nuovo ruolo di agenti di formazione continua, agenti di apprendimento nei luoghi di lavoro e ciò pone all’ordine del giorno la necessità di ripensare le strategie di relazione e di stare dentro la relazione bilaterale con un ruolo meno difensivo e più propositivo.
Nell’attivazione di processi di bilateralità, di condivisione dal basso, le responsabilità delle scelte restano interne al sistema di relazione tra le Parti Sociali. E se non c’è un inquadramento preliminare di alcune variabili di contesto (clima organizzativo, relazioni sindacali) e una presa d’atto di quali sono gli Attori che entrano in campo nel sistema di relazione che si crea dentro e fuori le aziende (figure di facilitazione della relazione, figure di supporto alla creazione della relaizone di fiducia, le organizzaizoni datoriali, le OOSS territoriali) si fa oggettivamente molta più fatica ad impostare processi reali di bilateralità.
Si può rafforzare il processo di condivisione, lavorando per:
rendere più sistemico e meno contingente il rapporto con la strategia formativa nelle Grandi Imprese;
definire un orizzonte temporale medio lungo per la programmazione al fine di determinare un processo virtuoso (utilizzare gli esiti finali dei Piani e le verifiche di impatto per fare nuove programmazioni);
pensare e definire congiuntamente il fabbisogno formativo.
Per costruire sensibilità alla condivisione serve una “pedagogia” fondata su esperienze e pratiche di terreno che definiscano quando e cosa condividere, gli intenti e gli impatti, gli obiettivi e i risultati, per le imprese e le persone.
Può essere utile prevedere formule leggere di verifica in itinere, gestibili da parte dei non addetti ai lavori;
snellire le procedure di accesso alla formazione continua;
rafforzare le valutazioni e le autovalutazioni sugli esiti, costruendo indicatori di misura legati alla qualità e all’efficacia della formazione finanziata.
individuare sedi settoriali e territoriali per favorire le prassi di bilateralità nelle imprese.
Dichiarazione di intenti.
sabato, aprile 29, 2006
Massimo Santoro 1
Diario Elezioni
PROLOGO
In nessun paese la classe dirigente uscita sconfitta da una tornata elettorale per il governo nazionale si ripresenta, senza eccezione alcuna, ad un appuntamento elettorale cinque anni dopo.
In nessun paese si ricandida, a distanza di 10 anni, lo stesso candidato premier. E’ segno inequivocabile della incapacità (e quindi della volontà) di procedere a forme innovative di coinvolgimento, partecipazione e selezione di una nuova classe dirigente. Quella attuale si va configurando sempre più come una sorta di oligarchia chiusa che cerca di governare sudditi più che cittadini. Anche per questo non ho votato alle primarie: Le primarie o si fanno sempre o non hanno motivo di esistere.
SCENA PRIMA
Comincia la campagna elettorale. Le liste sono fatte e gli effetti della “porcata” sono sotto gli occhi tutti. Niente primarie per scegliere i candidati (of course), ma in compenso mogli, cognati e schiere di avvocati di fiducia in un crescente delirio di onnipotenza dei gruppi dirigenti dei partiti. Comunque i sondaggi dicono che……..
SCENA SECONDA
La campagna elettorale si fa in televisione. Niente telefonate per volantinaggi, caseggiati, manifestazioni, comizi. Pochi inviti per incontri tra cui una cena per finanziare la campagna elettorale di un candidato. Assicuro la mia presenza poi non vado (solo avarizia?).
Intanto Rete 4 trasmette copiosi comizi di Berlusconi sempre pieni di gente festosa e plaudente. Possibile che sono tutti pagati per stare li? Ma chi è che vota Berlusconi con un paese ridotto così? Comincio ad avere qualche dubbio, cerco di dis-mettere i panni dell’arrabbiato e provo a ragionare. Fortuna che i sondaggi continuano a dire che………
SCENA TERZA
Sul settimanale “diario” (www.diario.it) esce, a firma di Mario Portanova, un inchiesta vecchio stile su una giornata tipica della campagna elettorale di Berlusconi. Si racconta di gente che piange quando lo tocca e di altri (esaltati?, ciechi?, marziani?) che si dicono sicuri di vincere, che il paese non può finire in mano ai “comunisti”, dell’unione troppo divisa e di un programma troppo lungo e vago. Intanto in TV non si parla d’altro che di tasse, cunei fiscali, imposte di successione. E la scuola? l’Università? la ricerca? il lavoro? . “Sò un tantino preoccupato” , diceva nel film Febbre da Cavallo, Gigi Proietti (alias Mandrake) a Enrico Montesano (alias er Pomata) quando vedono il cavallo su cui avevano scommesso tutto arrancare in vista del traguardo.
Mi rituffo in stabili a rassicuranti sondaggi……..
SCENA QUARTA
Basta!, mi dico, con la critica distruttiva e la campagna elettorale in TV. Meglio ascoltare dal vivo. Osservando le facce di chi parla e, soprattutto, di chi ascolta ho sempre pensato di capire molte più cose. Al Teatro Mediterraneo arrivano D’Alema e Bassolino. Pubblico delle grandi occasioni si direbbe in gergo calcistico. Ascolto D’Alema con attenzione e noto come faccia spesso battute con un ritmo ed una frequenza tali che per un attimo mi giro per cercare lo sguardo o un cenno di qualcuno che avesse notato la mia stessa cosa. Non mi fa un bell’effetto la cosa ma confesso di essere un po’ prevenuto con il personaggio. Decido di guadagnare l’uscita non dopo aver sentito che “è difficile confrontarsi con chi in cinque anni di governo non ha fatto nulla!”. Nulla? E le leggi-vergogna? La riforma della Costituzione? quella della scuola? del mercato del lavoro? il condono edilizio? Boh?
Sondaggio: Prodi 52% - Berlusconi 47%. Primum vincere e in culo a tutto il resto.
SCENA QUINTA
E’ venerdì: si chiude la campagna elettorale (si dice che è stata una pessima campagna elettorale. Dissento. Se ci fate caso gli insulti sono stati la cosa migliore). L’Unione lascia (per cavalleria?, per calcolo?, pè scemenza?) Piazza del Plebiscito a Berlusconi e si rifugia nella peraltro bellissima arena flegrea con seguito di cantanti, attori comici etc. Non c’è storia. Preferisco l’originale. Chiamo il mio amico Davide (insieme abbiamo fondato l’associazione “silenzi eloquenti” con lo scopo, parafrasando Eduardo Galeano, di usare e fare solo cose che migliorino il silenzio); armati di telecamera amatoriale e microfono rigorosamente finto andiamo a sentire da vicino il popolo della destra. Così per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Dopo aver avvicinato per primi quattro ragazzi (poliziotti in borghese) che ci hanno invitato a soprassedere abbiamo intervistato tra gli altri:
1 – una ragazza con gelato che ha detto di essere lì per ascoltare e che Berlusconi non l’aveva convinta per niente
2 – Una donna che era venuta da Lecce per vedere l’adorato cavaliere e che amava soprattutto il suo lifting. Scherzava. Forse.
3 – Un vecchio nostalgico che stava lì ricordando che i comizi di Almirante erano un’altra cosa
4 – un consigliere di un comune del napoletano che, dopo averci “sgamati”, ci ha chiesto un’intervista seria. Increduli abbiamo accettato. Non ricordiamo che cosa ha detto.
Per il resto tante bandiere di AN, un banchetto con i cimeli del duce, cittadini che protestavano contro la Gestline, Casini che annuncia l’avviso di di sfratto a Bassolino. Il comizio viene chiuso da Fini che gioca a fare il fascista tutto “patriaamoreefamiglia”. Aspettiamo in un angolo che la gente defluisca quando Berlusconi riprende il microfono e urla che vincerà le elezioni perché gli italiani non sono coglioni. Pandemonio. Sipario.
SCENA SESTA
E’ notte inoltrata. Più passano le ore, più non si capisce chi ha vinto.Vado a letto alle 2.15 sperando di risvegliarmi in un paese senza Berlusconi. Niente da fare. Vado a lavorare pieno di angoscia. La notizia della vittoria mi raggiunge a metà mattinata. Chiamo mio fratello Fabrizio (italiano all’estero) e lo ringrazio. Mi dice che visti da fuori siamo un paese veramente ridicolo.
EPILOGO
Mentre scrivo si dibatte (in maniera finta) su chi abbia vinto realmente. Aspetto con pazienza la parola fine per vedere con curiosità come farà Prodi a governare (e bene) che mi sembra sia l’unica cosa rimasta da fare.
Nel frattempo a Napoli ci prepariamo alle elezioni comunali. In città campeggia un manifesto del Sindaco Jervolino truccata da sembrare 10 anni più giovane e mi chiedo come sarà un paese berlusconizzato senza Berlusconi.
“Comincio ad avere opinioni che non condivido” direbbe W.Allen.
PROLOGO
In nessun paese la classe dirigente uscita sconfitta da una tornata elettorale per il governo nazionale si ripresenta, senza eccezione alcuna, ad un appuntamento elettorale cinque anni dopo.
In nessun paese si ricandida, a distanza di 10 anni, lo stesso candidato premier. E’ segno inequivocabile della incapacità (e quindi della volontà) di procedere a forme innovative di coinvolgimento, partecipazione e selezione di una nuova classe dirigente. Quella attuale si va configurando sempre più come una sorta di oligarchia chiusa che cerca di governare sudditi più che cittadini. Anche per questo non ho votato alle primarie: Le primarie o si fanno sempre o non hanno motivo di esistere.
SCENA PRIMA
Comincia la campagna elettorale. Le liste sono fatte e gli effetti della “porcata” sono sotto gli occhi tutti. Niente primarie per scegliere i candidati (of course), ma in compenso mogli, cognati e schiere di avvocati di fiducia in un crescente delirio di onnipotenza dei gruppi dirigenti dei partiti. Comunque i sondaggi dicono che……..
SCENA SECONDA
La campagna elettorale si fa in televisione. Niente telefonate per volantinaggi, caseggiati, manifestazioni, comizi. Pochi inviti per incontri tra cui una cena per finanziare la campagna elettorale di un candidato. Assicuro la mia presenza poi non vado (solo avarizia?).
Intanto Rete 4 trasmette copiosi comizi di Berlusconi sempre pieni di gente festosa e plaudente. Possibile che sono tutti pagati per stare li? Ma chi è che vota Berlusconi con un paese ridotto così? Comincio ad avere qualche dubbio, cerco di dis-mettere i panni dell’arrabbiato e provo a ragionare. Fortuna che i sondaggi continuano a dire che………
SCENA TERZA
Sul settimanale “diario” (www.diario.it) esce, a firma di Mario Portanova, un inchiesta vecchio stile su una giornata tipica della campagna elettorale di Berlusconi. Si racconta di gente che piange quando lo tocca e di altri (esaltati?, ciechi?, marziani?) che si dicono sicuri di vincere, che il paese non può finire in mano ai “comunisti”, dell’unione troppo divisa e di un programma troppo lungo e vago. Intanto in TV non si parla d’altro che di tasse, cunei fiscali, imposte di successione. E la scuola? l’Università? la ricerca? il lavoro? . “Sò un tantino preoccupato” , diceva nel film Febbre da Cavallo, Gigi Proietti (alias Mandrake) a Enrico Montesano (alias er Pomata) quando vedono il cavallo su cui avevano scommesso tutto arrancare in vista del traguardo.
Mi rituffo in stabili a rassicuranti sondaggi……..
SCENA QUARTA
Basta!, mi dico, con la critica distruttiva e la campagna elettorale in TV. Meglio ascoltare dal vivo. Osservando le facce di chi parla e, soprattutto, di chi ascolta ho sempre pensato di capire molte più cose. Al Teatro Mediterraneo arrivano D’Alema e Bassolino. Pubblico delle grandi occasioni si direbbe in gergo calcistico. Ascolto D’Alema con attenzione e noto come faccia spesso battute con un ritmo ed una frequenza tali che per un attimo mi giro per cercare lo sguardo o un cenno di qualcuno che avesse notato la mia stessa cosa. Non mi fa un bell’effetto la cosa ma confesso di essere un po’ prevenuto con il personaggio. Decido di guadagnare l’uscita non dopo aver sentito che “è difficile confrontarsi con chi in cinque anni di governo non ha fatto nulla!”. Nulla? E le leggi-vergogna? La riforma della Costituzione? quella della scuola? del mercato del lavoro? il condono edilizio? Boh?
Sondaggio: Prodi 52% - Berlusconi 47%. Primum vincere e in culo a tutto il resto.
SCENA QUINTA
E’ venerdì: si chiude la campagna elettorale (si dice che è stata una pessima campagna elettorale. Dissento. Se ci fate caso gli insulti sono stati la cosa migliore). L’Unione lascia (per cavalleria?, per calcolo?, pè scemenza?) Piazza del Plebiscito a Berlusconi e si rifugia nella peraltro bellissima arena flegrea con seguito di cantanti, attori comici etc. Non c’è storia. Preferisco l’originale. Chiamo il mio amico Davide (insieme abbiamo fondato l’associazione “silenzi eloquenti” con lo scopo, parafrasando Eduardo Galeano, di usare e fare solo cose che migliorino il silenzio); armati di telecamera amatoriale e microfono rigorosamente finto andiamo a sentire da vicino il popolo della destra. Così per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Dopo aver avvicinato per primi quattro ragazzi (poliziotti in borghese) che ci hanno invitato a soprassedere abbiamo intervistato tra gli altri:
1 – una ragazza con gelato che ha detto di essere lì per ascoltare e che Berlusconi non l’aveva convinta per niente
2 – Una donna che era venuta da Lecce per vedere l’adorato cavaliere e che amava soprattutto il suo lifting. Scherzava. Forse.
3 – Un vecchio nostalgico che stava lì ricordando che i comizi di Almirante erano un’altra cosa
4 – un consigliere di un comune del napoletano che, dopo averci “sgamati”, ci ha chiesto un’intervista seria. Increduli abbiamo accettato. Non ricordiamo che cosa ha detto.
Per il resto tante bandiere di AN, un banchetto con i cimeli del duce, cittadini che protestavano contro la Gestline, Casini che annuncia l’avviso di di sfratto a Bassolino. Il comizio viene chiuso da Fini che gioca a fare il fascista tutto “patriaamoreefamiglia”. Aspettiamo in un angolo che la gente defluisca quando Berlusconi riprende il microfono e urla che vincerà le elezioni perché gli italiani non sono coglioni. Pandemonio. Sipario.
SCENA SESTA
E’ notte inoltrata. Più passano le ore, più non si capisce chi ha vinto.Vado a letto alle 2.15 sperando di risvegliarmi in un paese senza Berlusconi. Niente da fare. Vado a lavorare pieno di angoscia. La notizia della vittoria mi raggiunge a metà mattinata. Chiamo mio fratello Fabrizio (italiano all’estero) e lo ringrazio. Mi dice che visti da fuori siamo un paese veramente ridicolo.
EPILOGO
Mentre scrivo si dibatte (in maniera finta) su chi abbia vinto realmente. Aspetto con pazienza la parola fine per vedere con curiosità come farà Prodi a governare (e bene) che mi sembra sia l’unica cosa rimasta da fare.
Nel frattempo a Napoli ci prepariamo alle elezioni comunali. In città campeggia un manifesto del Sindaco Jervolino truccata da sembrare 10 anni più giovane e mi chiedo come sarà un paese berlusconizzato senza Berlusconi.
“Comincio ad avere opinioni che non condivido” direbbe W.Allen.
Tobias Piller 1
Caro Enzo,
grazie per il tuo articolo.
Il mio giudizio sulla politica del governo uscente per il Sud non è così tranchant. Comunque, il grande colpo, come avevano promesso, non l’hanno fatto. Qualcosa si è tentato al centro, forse anche con qualche piccolo effetto, ma vedo tante responsabilità non a Roma, ma nelle Regioni. Certamente, vedendo quelle poche volte in azione Miccichè, fa piangere, perché ostenta sempre quanto in fondo è intelligente e quanto è impreparato e senza strategia.
Mi piace l’osservazione sui sudditi al Sud. Davvero, cittadini e classi dirigenti non prendono in mano la situazione, perché in tanti non la vogliono cambiare e si aspettano tanto di più dal vecchio clientelismo. Che promette a tutti e poi dà poco a pochi e blocca il vero sviluppo.
Il clientelismo, purtroppo, sembra destinato a rimanere un tratto caratteristico della realtà meridionale. E questo compromette tanto anche le future iniziative del nuovo governo per il Sud.
Un’altra cosa, sempre più importante, ma sempre ignorata: Il Sud, la Campania, la Sicilia, dovrebbero smettere di guardarsi sempre l’ombelico.
La parola magica potrebbe essere “benchmarking”.
Confrontarsi, se guardiamo per esempio al turismo, con altre mete come Malta, Mallorca, Rimini, Caraibi, Turchia, Mauritius etc., o con altre città, sarebbe molto utile. Si scoprirebbe ad esempio che Torino ogni anno vende il doppio dei pernottamenti di Napoli!
Altro argomento di benchmarking potrebbe essere la capacità di attrarre investitori dal Settentrione o dall’estero. Confrontarsi intorno a temi come le professionalità che cercano, la formazione di cui hanno bisogno, etc.
Da questo punto di vista anche i media hanno a mio avviso delle responsabilità, perché fanno da sudditi ai politici e non aiutano il benchmarking.
Faccio fatico, purtroppo, a immaginare che tutto questo possa essere superato. A Napoli, tutte le speranze svaniranno, ma dopo Bassolino arriverà un altro politico che ricomincia da capo, con meno entusiasmo.
Tanti saluti
Tobias
grazie per il tuo articolo.
Il mio giudizio sulla politica del governo uscente per il Sud non è così tranchant. Comunque, il grande colpo, come avevano promesso, non l’hanno fatto. Qualcosa si è tentato al centro, forse anche con qualche piccolo effetto, ma vedo tante responsabilità non a Roma, ma nelle Regioni. Certamente, vedendo quelle poche volte in azione Miccichè, fa piangere, perché ostenta sempre quanto in fondo è intelligente e quanto è impreparato e senza strategia.
Mi piace l’osservazione sui sudditi al Sud. Davvero, cittadini e classi dirigenti non prendono in mano la situazione, perché in tanti non la vogliono cambiare e si aspettano tanto di più dal vecchio clientelismo. Che promette a tutti e poi dà poco a pochi e blocca il vero sviluppo.
Il clientelismo, purtroppo, sembra destinato a rimanere un tratto caratteristico della realtà meridionale. E questo compromette tanto anche le future iniziative del nuovo governo per il Sud.
Un’altra cosa, sempre più importante, ma sempre ignorata: Il Sud, la Campania, la Sicilia, dovrebbero smettere di guardarsi sempre l’ombelico.
La parola magica potrebbe essere “benchmarking”.
Confrontarsi, se guardiamo per esempio al turismo, con altre mete come Malta, Mallorca, Rimini, Caraibi, Turchia, Mauritius etc., o con altre città, sarebbe molto utile. Si scoprirebbe ad esempio che Torino ogni anno vende il doppio dei pernottamenti di Napoli!
Altro argomento di benchmarking potrebbe essere la capacità di attrarre investitori dal Settentrione o dall’estero. Confrontarsi intorno a temi come le professionalità che cercano, la formazione di cui hanno bisogno, etc.
Da questo punto di vista anche i media hanno a mio avviso delle responsabilità, perché fanno da sudditi ai politici e non aiutano il benchmarking.
Faccio fatico, purtroppo, a immaginare che tutto questo possa essere superato. A Napoli, tutte le speranze svaniranno, ma dopo Bassolino arriverà un altro politico che ricomincia da capo, con meno entusiasmo.
Tanti saluti
Tobias
Sandra Macci 1
Caro Vincenzo,
10 anni dopo c’è ancora bisogno di idee, proposte ecc. Eppure mi viene voglia di chiederti/ci come è possibile che ci si lascia sempre prendere in contro piede? È possibile ti rispondo, basta smetterla con i mal di pancia, le logiche binarie egemonia - unità; solidarismo - massimalismo. È probabilmente utile un’iniezione di pensiero liberale.
Far agire la responsabilità, attraverso la realtà per quella che è e non per quella che si vorrebbe che fosse, ma soprattutto basta con gli stereotipi e i luoghi comuni sul mondo. C’è sempre qualcosa che non va, quando si è esclusi, c’è sempre qualcosa che va, se si è inclusi. C’è qualcosa che non funziona.
Per adesso ti trasmetto un “articolo?” (sic!) che ho inviato a dicembre al giornale NO STOP. Successivamente voglio discutere su “come le donne non prendono partito” e sul perché gli italiani sono dei geni e i (glocal) napoletani in particolare.
Ciao
Sandra
Ma … il femminismo italiano è scoppiato?
di Alessandra Macci
La questione del femminismo torna sulle pagine dei giornali.
A settembre, l’inchiesta di Simonetta Fiori “su come cambia il femminismo” ha rappresentato in modo più o meno particolareggiato e problematico il movimento femminista, tra lacerazioni, silenzi e derive clericali….
Voci di donne segnalavano comunque un mutamento dei princìpi fondamentali, sul versante della contraccezione, dell’aborto, della maternità, della vita.
Qualche giorno prima, il quotidiano “La Repubblica”, nello speciale “Diario”, aveva trattato l’altro corno della questione: la famiglia, i cambiamenti nei rapporti di potere nel nucleo familiare, i rapporti con la società e lo Stato, le polemiche sulle coppie di fatto.
Non si spegnerà rapidamente la riflessione sul femminismo, perché all’approfondimento giornalistico si affiancano il dibattito sull’astensione al referendum e sulla procreazione medicalmente assistita, la discussione su un saggio di Anna Bravo, “controverso” secondo alcuni, che affronta il rapporto fra le origini e il presente del femminismo, fra le protagoniste e le eredi della memoria, fra cattive ragazze di ieri e buone cittadine di oggi.
Sono questi i temi politici che il pensiero delle donne sta indagando e rivisitando attualizzando “la narrazione” che le donne hanno maturato.
Le donne contro il femminismo? Un paradosso, anzi una trappola, che le donne intervistate hanno tutte evitato, pur spingendo la riflessione molto in avanti: il rapporto tra femminismo e teologia; tra femminismo della parità e femminismo della differenza; tra famiglia e lavoro ecc.
E’ utile rileggere la Irigaray: “nessun naturalismo, affettività semplice o moralismo può stabilire l’unità familiare com’era. E la famiglia allargata, le diverse famiglie politiche o religiose non possono nemmeno sostituire quella cellula familiare dove la legge umana e la legge divina erano allo stesso tempo diverse tra l’uomo e la donna e riunite tramite il culto dei morti, come scrive Hegel”. Questo momento della storia è dietro di noi. E non c’è da rimpiangerlo. Né da pensare che con questo l’umanità stia svanendo. Una tappa del suo divenire è, speriamo, finita, un capitolo della storia patriarcale sta, me lo auguro, scomparendo quali che siano le regressioni o i sussulti che osserviamo. Andiamo avanti. Non ci sono accuse da rivolgere, né territori nebulosi da schiarire.”
Infatti, la “questione del femminismo” riguarda più le rappresentazioni e le interpretazioni che i fatti.
Ecco i fatti. Oggi il femminismo è ovunque: in relazioni significative tra donne e tra donne e uomini; in scritture magistrali di donne del passato e del presente; in rete, dove è possibile recuperare documenti, testi, biografie, la storia/le storie del movimento.
E’ necessario sgombrare il campo dalle interpretazioni: la politica delle donne c’è. Ed è più efficace di quanto si immagini.
C’è invece chi confonde le battaglie impostate dai radicali per il diritto all’aborto con il movimento femminista - che non aveva quella impostazione individualista; la cultura ufficiale – politica e giornalistica – stenta a capire che gli arricchimenti del pensiero femminista su molte questioni non necessitano di semplificazioni. Gli arricchimenti non appartengono a delle élite, il pensiero non è riserva di poche, essi sono proprio come si presentano.
Capisco e non mi meraviglio della superficialità dei media, che hanno divulgato il femminismo attraverso stereotipi, capisco meno la politica che, ad ogni scadenza elettorale e/o congressuale, riduce la questione del femminismo alla richiesta di parità. Sono cose diverse. Bisogna cominciare a chiamare le cose con il proprio nome. Ecco perché da anni, la questione del femminismo viene sbandierata: dai partiti, dai sindacati, dall’associazionismo che neanche provano a capire che è una questione di linguaggio, per dirlo con la Muraro “quello che le donne hanno da dire a questo tipo di civiltà e che bene o male hanno cominciato a dire, spinge fuori dai suoi quadri. Non si dimentichi che, se noi femministe abbiamo detto qualcosa di valido lo abbiamo potuto dire grazie ad un ascolto fine di noi stesse e delle altre”. Torna, insomma, ad agire il quadro dentro al quale dovremmo esprimerci altrimenti siamo contate-date per “mute”.
Fuori dal quadro restano le pratiche politiche che abbiamo inventato, insieme alla nostra consapevolezza che in questa materia la macchina politica degli schieramenti contrapposti è deleteria. Fuori dal quadro continua a restare la differenza femminile.
Invece, sulle pagine dei quotidiani, nelle chiacchiere politiche o nei corsivi delle/degli opinioniste/i, emerge lo stereotipo delle femministe, per l’appunto fuori moda; prive di parole; interessate solo al potere.
Finchè non ci si pone in relazione con queste esperienze, nella tematizzazione-teorizzazione della differenza dei sessi: noi siamo politicamente fuori. Ed è, come si sa, un’altra tappa dell’assimilazione, neutralizzazione della differenza.
La storia del femminismo è la storia delle sue pratiche, che sono molte e varie, ma due sono i tratti comuni a tutte: il partire da sé e la relazione, che disegnano una struttura del sapere, come dell’agire, aperta a sviluppi senza fine. L’altro, l’altra diventano, infatti, il termine di un rapporto in cui io stessa sono in gioco, io stessa cambio, e l’altro non è oggetto né di conoscenza, né di desiderio, ma un altro soggetto con cui scambio conoscenza, desiderio, progetti che circolano e si ricreano.
Se il femminismo non è collassato con i progetti rivoluzionari del secolo scorso (socialismo – comunismo), questo lo si deve alla forza delle sue pratiche politiche.
C’è stata una fase in cui l’enfasi sull’oppressione e la liberazione si nutriva della facile identificazione delle donne con gli oppressi. Era allora che una certa idea di politica lasciava credere che, facendo leva sulla doppia militanza, sul dentro-fuori, si potessero rovesciare i rapporti uomo-donna, partiti-movimento ecc.
Si aveva un’idea piuttosto unitaria della realtà. Ma è stata proprio l’esperienza politica nei gruppi femministi che mi/ci ha insegnato a prendere le distanze da quella realtà intellettuale per imparare insieme ad un altro linguaggio, anche un altro senso della politica.
C’è uno jato fra una cultura politica attardata sul paradigma emancipazionista tradizionale - solita litania per cui alle donne mancherebbe sempre qualcosa, o il potere o la parità col sesso al potere - e la narrazione delle esperienze femminili.
Nel senso comune, il femminismo viene inteso come affermazione d’identità femminile, contro gli uomini e/o per la parità con gli uomini. Fin dall’inizio, queste due modalità sono state in conflitto dentro il movimento delle donne. Ed è tuttora un campo conflittuale fra quelle che vogliono affermare il senso libero della differenza femminile e quelle che rivendicano le politiche di parità, fra quelle che sentono di essere coinvolte, implicate in un cambiamento profondo della realtà storica e quelle che vogliono semplicemente contare di più.
E’ evidente che il senso comune recepisce la versione che gli corrisponde di più, che è quella meno dirompente.
Questa divisione che passa nel femminismo corrisponde a un conflitto più largo che si gioca nella nostra società sulle soluzioni (ma potrà mai essercene una?) da dare alla crisi, al passaggio dal XX al XXI secolo.
C’è una tendenza a vedere l’immissione delle donne nello sviluppo, nella modernizzazione, nelle caserme, nella politica, come un apporto positivo per dare soluzione a questa crisi che ristagna su se stessa.
Le agenzie internazionali leggono così i dati sulla condizione femminile e il femminismo paritario va nella stessa direzione.
L’altra posizione, quella del femminismo della differenza, va oltre questo ovvio traguardo paritario, ha l’ambizione di inaugurare (ma di fatto l’ha già inaugurato) un altro tempo, dice che nel vecchio che cade a pezzi c’è già dell’altro e che questo femminismo è già quest’altra cosa.
Per essere chiara: non si sta parlando di un conflitto tra: uomini-donne, bensì di un conflitto donne-donne, donne-uomini, un campo in cui le donne compaiono due volte in un duplice dinamismo che riguarda i rapporti fra loro e con l’altro sesso. E che non è solo questione di donne o delle donne: ne va di un altro paradigma, di un altro senso dell’essere, per usare una terminologia filosofica che congeda tutti i termini con cui la crisi è stata finora pensata. Si tratta dell’essere due.
…..”E dato che non è nei poteri di nessuno buttare via certe parole, la parola femminismo non solo non va buttata via, ma va fatta vedere come campo di battaglia, un polemos fecondo che non si è ancora esaurito. Una parola nuova forse verrà, forse no. Per l’oggi la parola femminismo è ancora una parola densa, spessa, forse non soddisfacente, ma che tuttora mette in difficoltà e che perciò si tende a far fuori. Rinunciarci significherebbe ridurre, consegnare interamente il femminismo alle politiche di parità”.
No, questo polemos non solo non va abbandonato ma va mostrato, insegnato. Sì perché come tutte le esperienze umane il femminismo attraversa le sue pratiche, è esperienza umana fondamentale, va insegnata, si può insegnare.
Rileggere l’esperienza di un’altra, diversa dalla propria, offrire le chiavi di questa rilettura, significa far conoscere, non solo assorbire, un pensiero. Fare riaccadere il femminismo significa questo, farlo conoscere attraverso qualcosa che non è accaduto e che può accadere. Traghettarlo non con l’insegnamento accademico ma dentro una relazione viva, che incoraggi il protagonismo di chi ascolta.
Tra la troppa introversione del femminismo degli inizi, alla troppa estroversione del femminismo di oggi, c’è un cammino caratterizzato da infedeltà. Il pensiero moderno ci ha imposto come modello il rispetto del medesimo, dell’identico, dell’uno e dell’unico soggetto.
La differenza sessuale non è la semplice presa d’atto di una differenza fisica o tutt’al più culturale, ma è una differenza che corrisponde a una specifica articolazione tra corpo e parole.
…”Non è per caso che la donna privilegia la relazione con un altro soggetto, la relazione a due, la relazione nella differenza, la relazione orizzontale con l’altro, mentre l’uomo privilegia la relazione con l’oggetto, con l’uno e il molteplice, la relazione tra medesimi o fra simili, fra uomini, la relazione verticale e gerarchica”.
Prendere atto di ciò, avere coscienza della differenza può aiutare a vivere un’altra storia.
Nessuna indulgenza. Ma anche nessuna durezza o spietatezza. Anche perché è facile, come si dice, amare con furore, il difficile è odiare con tenerezza.
Alessandra Macci
10 anni dopo c’è ancora bisogno di idee, proposte ecc. Eppure mi viene voglia di chiederti/ci come è possibile che ci si lascia sempre prendere in contro piede? È possibile ti rispondo, basta smetterla con i mal di pancia, le logiche binarie egemonia - unità; solidarismo - massimalismo. È probabilmente utile un’iniezione di pensiero liberale.
Far agire la responsabilità, attraverso la realtà per quella che è e non per quella che si vorrebbe che fosse, ma soprattutto basta con gli stereotipi e i luoghi comuni sul mondo. C’è sempre qualcosa che non va, quando si è esclusi, c’è sempre qualcosa che va, se si è inclusi. C’è qualcosa che non funziona.
Per adesso ti trasmetto un “articolo?” (sic!) che ho inviato a dicembre al giornale NO STOP. Successivamente voglio discutere su “come le donne non prendono partito” e sul perché gli italiani sono dei geni e i (glocal) napoletani in particolare.
Ciao
Sandra
Ma … il femminismo italiano è scoppiato?
di Alessandra Macci
La questione del femminismo torna sulle pagine dei giornali.
A settembre, l’inchiesta di Simonetta Fiori “su come cambia il femminismo” ha rappresentato in modo più o meno particolareggiato e problematico il movimento femminista, tra lacerazioni, silenzi e derive clericali….
Voci di donne segnalavano comunque un mutamento dei princìpi fondamentali, sul versante della contraccezione, dell’aborto, della maternità, della vita.
Qualche giorno prima, il quotidiano “La Repubblica”, nello speciale “Diario”, aveva trattato l’altro corno della questione: la famiglia, i cambiamenti nei rapporti di potere nel nucleo familiare, i rapporti con la società e lo Stato, le polemiche sulle coppie di fatto.
Non si spegnerà rapidamente la riflessione sul femminismo, perché all’approfondimento giornalistico si affiancano il dibattito sull’astensione al referendum e sulla procreazione medicalmente assistita, la discussione su un saggio di Anna Bravo, “controverso” secondo alcuni, che affronta il rapporto fra le origini e il presente del femminismo, fra le protagoniste e le eredi della memoria, fra cattive ragazze di ieri e buone cittadine di oggi.
Sono questi i temi politici che il pensiero delle donne sta indagando e rivisitando attualizzando “la narrazione” che le donne hanno maturato.
Le donne contro il femminismo? Un paradosso, anzi una trappola, che le donne intervistate hanno tutte evitato, pur spingendo la riflessione molto in avanti: il rapporto tra femminismo e teologia; tra femminismo della parità e femminismo della differenza; tra famiglia e lavoro ecc.
E’ utile rileggere la Irigaray: “nessun naturalismo, affettività semplice o moralismo può stabilire l’unità familiare com’era. E la famiglia allargata, le diverse famiglie politiche o religiose non possono nemmeno sostituire quella cellula familiare dove la legge umana e la legge divina erano allo stesso tempo diverse tra l’uomo e la donna e riunite tramite il culto dei morti, come scrive Hegel”. Questo momento della storia è dietro di noi. E non c’è da rimpiangerlo. Né da pensare che con questo l’umanità stia svanendo. Una tappa del suo divenire è, speriamo, finita, un capitolo della storia patriarcale sta, me lo auguro, scomparendo quali che siano le regressioni o i sussulti che osserviamo. Andiamo avanti. Non ci sono accuse da rivolgere, né territori nebulosi da schiarire.”
Infatti, la “questione del femminismo” riguarda più le rappresentazioni e le interpretazioni che i fatti.
Ecco i fatti. Oggi il femminismo è ovunque: in relazioni significative tra donne e tra donne e uomini; in scritture magistrali di donne del passato e del presente; in rete, dove è possibile recuperare documenti, testi, biografie, la storia/le storie del movimento.
E’ necessario sgombrare il campo dalle interpretazioni: la politica delle donne c’è. Ed è più efficace di quanto si immagini.
C’è invece chi confonde le battaglie impostate dai radicali per il diritto all’aborto con il movimento femminista - che non aveva quella impostazione individualista; la cultura ufficiale – politica e giornalistica – stenta a capire che gli arricchimenti del pensiero femminista su molte questioni non necessitano di semplificazioni. Gli arricchimenti non appartengono a delle élite, il pensiero non è riserva di poche, essi sono proprio come si presentano.
Capisco e non mi meraviglio della superficialità dei media, che hanno divulgato il femminismo attraverso stereotipi, capisco meno la politica che, ad ogni scadenza elettorale e/o congressuale, riduce la questione del femminismo alla richiesta di parità. Sono cose diverse. Bisogna cominciare a chiamare le cose con il proprio nome. Ecco perché da anni, la questione del femminismo viene sbandierata: dai partiti, dai sindacati, dall’associazionismo che neanche provano a capire che è una questione di linguaggio, per dirlo con la Muraro “quello che le donne hanno da dire a questo tipo di civiltà e che bene o male hanno cominciato a dire, spinge fuori dai suoi quadri. Non si dimentichi che, se noi femministe abbiamo detto qualcosa di valido lo abbiamo potuto dire grazie ad un ascolto fine di noi stesse e delle altre”. Torna, insomma, ad agire il quadro dentro al quale dovremmo esprimerci altrimenti siamo contate-date per “mute”.
Fuori dal quadro restano le pratiche politiche che abbiamo inventato, insieme alla nostra consapevolezza che in questa materia la macchina politica degli schieramenti contrapposti è deleteria. Fuori dal quadro continua a restare la differenza femminile.
Invece, sulle pagine dei quotidiani, nelle chiacchiere politiche o nei corsivi delle/degli opinioniste/i, emerge lo stereotipo delle femministe, per l’appunto fuori moda; prive di parole; interessate solo al potere.
Finchè non ci si pone in relazione con queste esperienze, nella tematizzazione-teorizzazione della differenza dei sessi: noi siamo politicamente fuori. Ed è, come si sa, un’altra tappa dell’assimilazione, neutralizzazione della differenza.
La storia del femminismo è la storia delle sue pratiche, che sono molte e varie, ma due sono i tratti comuni a tutte: il partire da sé e la relazione, che disegnano una struttura del sapere, come dell’agire, aperta a sviluppi senza fine. L’altro, l’altra diventano, infatti, il termine di un rapporto in cui io stessa sono in gioco, io stessa cambio, e l’altro non è oggetto né di conoscenza, né di desiderio, ma un altro soggetto con cui scambio conoscenza, desiderio, progetti che circolano e si ricreano.
Se il femminismo non è collassato con i progetti rivoluzionari del secolo scorso (socialismo – comunismo), questo lo si deve alla forza delle sue pratiche politiche.
C’è stata una fase in cui l’enfasi sull’oppressione e la liberazione si nutriva della facile identificazione delle donne con gli oppressi. Era allora che una certa idea di politica lasciava credere che, facendo leva sulla doppia militanza, sul dentro-fuori, si potessero rovesciare i rapporti uomo-donna, partiti-movimento ecc.
Si aveva un’idea piuttosto unitaria della realtà. Ma è stata proprio l’esperienza politica nei gruppi femministi che mi/ci ha insegnato a prendere le distanze da quella realtà intellettuale per imparare insieme ad un altro linguaggio, anche un altro senso della politica.
C’è uno jato fra una cultura politica attardata sul paradigma emancipazionista tradizionale - solita litania per cui alle donne mancherebbe sempre qualcosa, o il potere o la parità col sesso al potere - e la narrazione delle esperienze femminili.
Nel senso comune, il femminismo viene inteso come affermazione d’identità femminile, contro gli uomini e/o per la parità con gli uomini. Fin dall’inizio, queste due modalità sono state in conflitto dentro il movimento delle donne. Ed è tuttora un campo conflittuale fra quelle che vogliono affermare il senso libero della differenza femminile e quelle che rivendicano le politiche di parità, fra quelle che sentono di essere coinvolte, implicate in un cambiamento profondo della realtà storica e quelle che vogliono semplicemente contare di più.
E’ evidente che il senso comune recepisce la versione che gli corrisponde di più, che è quella meno dirompente.
Questa divisione che passa nel femminismo corrisponde a un conflitto più largo che si gioca nella nostra società sulle soluzioni (ma potrà mai essercene una?) da dare alla crisi, al passaggio dal XX al XXI secolo.
C’è una tendenza a vedere l’immissione delle donne nello sviluppo, nella modernizzazione, nelle caserme, nella politica, come un apporto positivo per dare soluzione a questa crisi che ristagna su se stessa.
Le agenzie internazionali leggono così i dati sulla condizione femminile e il femminismo paritario va nella stessa direzione.
L’altra posizione, quella del femminismo della differenza, va oltre questo ovvio traguardo paritario, ha l’ambizione di inaugurare (ma di fatto l’ha già inaugurato) un altro tempo, dice che nel vecchio che cade a pezzi c’è già dell’altro e che questo femminismo è già quest’altra cosa.
Per essere chiara: non si sta parlando di un conflitto tra: uomini-donne, bensì di un conflitto donne-donne, donne-uomini, un campo in cui le donne compaiono due volte in un duplice dinamismo che riguarda i rapporti fra loro e con l’altro sesso. E che non è solo questione di donne o delle donne: ne va di un altro paradigma, di un altro senso dell’essere, per usare una terminologia filosofica che congeda tutti i termini con cui la crisi è stata finora pensata. Si tratta dell’essere due.
…..”E dato che non è nei poteri di nessuno buttare via certe parole, la parola femminismo non solo non va buttata via, ma va fatta vedere come campo di battaglia, un polemos fecondo che non si è ancora esaurito. Una parola nuova forse verrà, forse no. Per l’oggi la parola femminismo è ancora una parola densa, spessa, forse non soddisfacente, ma che tuttora mette in difficoltà e che perciò si tende a far fuori. Rinunciarci significherebbe ridurre, consegnare interamente il femminismo alle politiche di parità”.
No, questo polemos non solo non va abbandonato ma va mostrato, insegnato. Sì perché come tutte le esperienze umane il femminismo attraversa le sue pratiche, è esperienza umana fondamentale, va insegnata, si può insegnare.
Rileggere l’esperienza di un’altra, diversa dalla propria, offrire le chiavi di questa rilettura, significa far conoscere, non solo assorbire, un pensiero. Fare riaccadere il femminismo significa questo, farlo conoscere attraverso qualcosa che non è accaduto e che può accadere. Traghettarlo non con l’insegnamento accademico ma dentro una relazione viva, che incoraggi il protagonismo di chi ascolta.
Tra la troppa introversione del femminismo degli inizi, alla troppa estroversione del femminismo di oggi, c’è un cammino caratterizzato da infedeltà. Il pensiero moderno ci ha imposto come modello il rispetto del medesimo, dell’identico, dell’uno e dell’unico soggetto.
La differenza sessuale non è la semplice presa d’atto di una differenza fisica o tutt’al più culturale, ma è una differenza che corrisponde a una specifica articolazione tra corpo e parole.
…”Non è per caso che la donna privilegia la relazione con un altro soggetto, la relazione a due, la relazione nella differenza, la relazione orizzontale con l’altro, mentre l’uomo privilegia la relazione con l’oggetto, con l’uno e il molteplice, la relazione tra medesimi o fra simili, fra uomini, la relazione verticale e gerarchica”.
Prendere atto di ciò, avere coscienza della differenza può aiutare a vivere un’altra storia.
Nessuna indulgenza. Ma anche nessuna durezza o spietatezza. Anche perché è facile, come si dice, amare con furore, il difficile è odiare con tenerezza.
Alessandra Macci
Sabato Aliberti 1
I PIANI SOCIALI DI ZONA E LE POLITICHE DI INCLUSIONE SOCIALE A 4 ANNI DALL’ATTUAZIONE DELLA LEGGE 328/2000
CONVENGO DEL 21.01.2006 ORGANIZZATO DALL’AGENZIA TECNICA E DI COORDINAMENTO DEGLI SPORTELLI GAL A.D.A.T s.c.a.r.l.
PSEA 2003 PIC LEADER PLUS
POLITICHE E SERVIZI SOCIALI NEL CONTESTO DELLA RURALITA'
Sala Polifunzionale del Comune di Ricigliano
La legge 328/2000 ha ormai avviato un irreversibile processo di cambiamento che riguarda soprattutto le modalità di risposta ai bisogni sociali vecchi e nuovi.
La responsabilità di programmazione di tali risposte è stata attribuita dalla legge agli Enti Locali e sostenuta successivamente dalla modifica del titolo V della Costituzione che attribuisce una maggiore rilevanza alle autonomie delle Regioni.
L’attuale processo normativo del welfare è orientato sempre più ad avvicinare l’istituzione ai cittadini e questi ultimi alle istituzioni stesse.
I concetti di: GOVERNANCE, RECIPROCITA’, SUSSIDIARIETA’, PARTECIPAZIONE, SOLIDARIETA’ amplificano una prospettiva di programmazione delle politiche sociali che muove dal basso, dalle istituzioni più vicine ai cittadini e dai cittadini stessi mediante forme di collaborazione e partecipazione, associata e non, orientate alla progettazione di interventi che mirano al soddisfacimento dei bisogni sociali e di assistenza di una determinato territorio e della comunità che in esso vive.
La programmazione dal basso degli interventi e dei servizi costituisce l’unico modo per poter raccogliere meglio le istanze dei cittadini e i loro bisogni ponendosi a garanzia di un ordinamento pluralistico.
La direzione verso cui si sta andando, dunque, è la prossimità del livello decisionale a quello di attuazione che giocoforza implica una ripartizione delle gerarchie e delle competenze che si sposta verso quei soggetti ( ad esempio gli EE.LL.) più vicini ai cittadini e pertanto più vicini ai bisogni del territorio (SUSSIDIARIETA’ VERTICALE), ma implica anche che il cittadino, sia come singolo che attraverso i cosiddetti corpi intermedi (ad es. soggetti di terzo settore) deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni e partecipare nella definizione degli interventi che incidono sulle realtà sociali a lui più prossime.
E’ questo il significato del concetto di SUSSIDIARIETA’ ORIZZONTALE.
Ed è secondo questi principi ispiratori che la legge 328/2000, il Piano Sociale Nazionale e le Linee Guida regionali hanno avviato sostanziali cambiamenti nella struttura del welfare locale.
Tali cambiamenti, per brevità di analisi possiamo sintetizzarli in:
1) CAMBIAMENTI DI TIPO CULTURALE
2) CAMBIAMENTI DI TIPO ORGANIZZATIVO
3) CAMBIAMENTI NELLA GESTIONE
1) I CAMBIAMENTI DI TIPO CULTURALE riguardano il superamento dello stato assistenziale e la promozione di un welfare della partecipazione, passando da una cittadinanza selettiva rivolta solo ad alcune fasce della popolazione ad una cittadinanza più universalistica. La stessa produzione normativa è passata da leggi di tipo settoriale a veri e propri programmi di politiche integrate. I soggetti in difficoltà non sono più oggetto di politiche assistenzialistiche e passive ma ci si sta orientando verso una vera politica attiva di inclusione sociale delle categorie svantaggiate.
2) Per quanto riguarda i CAMBIAMENTI DI TIPO ORGANIZZATIVO, l’attuale legislazione ha definito in maniera più chiara il ruolo delle Regioni e delle Province riconoscendo le prime quali organismi deliberativi e le seconde come organismi a cui spetta il compito di coordinamento delle azioni sul territorio. La stessa normativa, sia nazionale che regionale, inoltre, ha introdotto una riorganizzazione dei territori provinciali in ambiti territoriali omogenei con competenze di programmazione (in Campania sono stati individuati 46 ambiti territoriali di cui 9 nella provincia di Salerno), attraverso lo strumento dei Piani di Zona e la costituzione degli Uffici di Piano, sovrapponendoli ai Distretti Sanitari e definendo al contempo i rapporti con le Aziende Sanitarie Locali, il mondo dell’Associazionismo e dei soggetti di Terzo Settore.
3) I CAMBIAMENTI NELLA GESTIONE, infine, consistono nella possibilità di pianificazione degli interventi da parte degli stessi attori del territorio, che costituiscono il Piano di Zona, lasciando ad essi la ricerca sul territorio stesso delle risorse professionali, strutturali e sociali con una conseguente maggiore concentrazione sulla programmazione e sulla erogazione dei contenuti. Programmare e gestire un servizio su di uno specifico territorio implica anche una concreta e fattiva collaborazione in equipe tra sociale e sanitario. E’ il lavoro in equipe di queste due aree che permette di programmare politiche territoriali ad alta integrazione socio-sanitaria.
Cambiano, dunque, insieme alla percezione del soggetto in difficoltà, anche l’organizzazione delle competenze e la modalità di gestione degli interventi.
Tuttavia, a quasi 5 anni dalla legge permangono ancora forti difficoltà legate soprattutto alla separazione dei poteri e delle funzioni, il POLITICO dal TECNICO, che comunque sono e devono essere complementari.
A quattro anni dalla applicazione della L. 328/2000 ancora non sembrano chiari i RUOLI degli uni e degli altri!!!
Fino ad oggi si è riusciti a coagulare l’attenzione solo attorno ai destinatari degli interventi ma contemporaneamente non sembra siano ben chiari gli obiettivi e la responsabilizzazione reciproca dei soggetti attuatori degli interventi.
Gli obiettivi del politico sono gli stessi del tecnico, del privato sociale e del privato?
Sono stati individuati livelli diversi di responsabilizzazione nell’ambito delle azioni che si vanno ad implementare a favore dei cittadini?
Vi è, dunque, ancora un modus operandi basato sull’emergenza, sui tempi, sulle scadenze, sulle previsioni, sulle verifiche che mina l’attuazione della piena integrazione tra SANITA’ E SOCIALE, e quindi l’ottimizzazione dell’utilizzo di strumenti quali ad esempio le modalità per l’affidamento dei servizi.
L’integrazione con il settore sanitario con il quale ultimamente con più frequenza ci si incontra e ci si confronta (ma più di frequente ci si scontra) deve mirare prima di tutto alla ricerca di una chiara definizione dei ruoli e dei compiti delle rispettive aree, nonché a delineare un assetto reticolare ed un funzionamento chiaro nei procedimenti che sia comparabile e verificabile sempre.
Molto spesso riteniamo che la partecipazione ad una comunità sia legata soprattutto ad aspetti formalizzati, mediante i quali ad ogni cittadino viene garantita l’appartenenza a quella comunità, popolo o nazione che sia. Questo modo di intendere la partecipazione non tiene conto di tutti quegli elementi simbolici relativi alla condivisione dei valori comuni che sono alla base del sentimento di appartenenza e dell’integrazione del soggetto nella Comunità. Il concetto di PARTECIPAZIONE, che per certi aspetti è legato a quello di SOLIDARIETA’ e RECIPROCITA’, passa solo attraverso uno stretto LEGAME tra il cittadino e la comunità o società in cui vive.
E’ questo legame - che da un punto di vista giuridico-formale viene definito CITTADINANZA - che costituisce il vero SENSO DI APPARTENENZA ad un popolo o ad una comunità poiché esso è tanto più forte quanto più sono condivisi e valori e i sentimenti comuni.
La condivisione dei valori e dei sentimenti, quindi il senso di appartenenza ad una determinata Comunità, costituiscano l’umus per l’avvio dei processi di PARTECIPAZIONE alla vita della comunità, poiché spingono la costituzione ed il consolidamento delle responsabilità individuali verso il benessere collettivo e quindi verso la comunità.
La realizzazione di un vero sistema di protezione sociale universalistico, che considera l’individuo nella sua totalità e capace di utilizzare tutte le risorse presenti su di un determinato territorio considerandole come dei potenziali capitali su cui attivare i processi di promozione della persona e della comunità , non può che basarsi sul concetto di partecipazione così come lo abbiamo appena inteso.
Questa strada sarà tanto più praticabile quanto più si è capaci di creare uno stretto collegamento tra universalità, accessibilità dei servizi e godimento dei diritti sociali.
In particolare diventano nodi strategici dell’effettivo godimento dei diritti di cittadinanza gli elementi dell’INFORMAZIONE e dell’ACCESSIBILITA’ alle prestazioni mediante l’attivazione di una PORTA UNICA DI ACCESSO ai servizi socio-sanitari. Sarebbe opportuno nonché obbligatorio anche l’elaborazione di una CARTA DEI SERVIZI per i cittadini all’interno della quale sono definiti, oltre ai principi, alla tipologia e alle modalità di accesso ai servizi avviati, anche gli strumenti di verifica degli stessi da parte del cittadino, gli elementi che ne definiscono la qualità e le modalità di reclamo nel caso in cui non vengano soddisfatti in modo adeguato i bisogni dei cittadini.
Diventa fondamentale, quindi l’applicazione dei concetti già richiamati nella normativa:
L’INFORMAZIONE;
UNIVERSALITA’;
ACCESSIBILITA’;
ESIGIBILITA’;
DIRITTO DI CITTADINANZA
CONVENGO DEL 21.01.2006 ORGANIZZATO DALL’AGENZIA TECNICA E DI COORDINAMENTO DEGLI SPORTELLI GAL A.D.A.T s.c.a.r.l.
PSEA 2003 PIC LEADER PLUS
POLITICHE E SERVIZI SOCIALI NEL CONTESTO DELLA RURALITA'
Sala Polifunzionale del Comune di Ricigliano
La legge 328/2000 ha ormai avviato un irreversibile processo di cambiamento che riguarda soprattutto le modalità di risposta ai bisogni sociali vecchi e nuovi.
La responsabilità di programmazione di tali risposte è stata attribuita dalla legge agli Enti Locali e sostenuta successivamente dalla modifica del titolo V della Costituzione che attribuisce una maggiore rilevanza alle autonomie delle Regioni.
L’attuale processo normativo del welfare è orientato sempre più ad avvicinare l’istituzione ai cittadini e questi ultimi alle istituzioni stesse.
I concetti di: GOVERNANCE, RECIPROCITA’, SUSSIDIARIETA’, PARTECIPAZIONE, SOLIDARIETA’ amplificano una prospettiva di programmazione delle politiche sociali che muove dal basso, dalle istituzioni più vicine ai cittadini e dai cittadini stessi mediante forme di collaborazione e partecipazione, associata e non, orientate alla progettazione di interventi che mirano al soddisfacimento dei bisogni sociali e di assistenza di una determinato territorio e della comunità che in esso vive.
La programmazione dal basso degli interventi e dei servizi costituisce l’unico modo per poter raccogliere meglio le istanze dei cittadini e i loro bisogni ponendosi a garanzia di un ordinamento pluralistico.
La direzione verso cui si sta andando, dunque, è la prossimità del livello decisionale a quello di attuazione che giocoforza implica una ripartizione delle gerarchie e delle competenze che si sposta verso quei soggetti ( ad esempio gli EE.LL.) più vicini ai cittadini e pertanto più vicini ai bisogni del territorio (SUSSIDIARIETA’ VERTICALE), ma implica anche che il cittadino, sia come singolo che attraverso i cosiddetti corpi intermedi (ad es. soggetti di terzo settore) deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni e partecipare nella definizione degli interventi che incidono sulle realtà sociali a lui più prossime.
E’ questo il significato del concetto di SUSSIDIARIETA’ ORIZZONTALE.
Ed è secondo questi principi ispiratori che la legge 328/2000, il Piano Sociale Nazionale e le Linee Guida regionali hanno avviato sostanziali cambiamenti nella struttura del welfare locale.
Tali cambiamenti, per brevità di analisi possiamo sintetizzarli in:
1) CAMBIAMENTI DI TIPO CULTURALE
2) CAMBIAMENTI DI TIPO ORGANIZZATIVO
3) CAMBIAMENTI NELLA GESTIONE
1) I CAMBIAMENTI DI TIPO CULTURALE riguardano il superamento dello stato assistenziale e la promozione di un welfare della partecipazione, passando da una cittadinanza selettiva rivolta solo ad alcune fasce della popolazione ad una cittadinanza più universalistica. La stessa produzione normativa è passata da leggi di tipo settoriale a veri e propri programmi di politiche integrate. I soggetti in difficoltà non sono più oggetto di politiche assistenzialistiche e passive ma ci si sta orientando verso una vera politica attiva di inclusione sociale delle categorie svantaggiate.
2) Per quanto riguarda i CAMBIAMENTI DI TIPO ORGANIZZATIVO, l’attuale legislazione ha definito in maniera più chiara il ruolo delle Regioni e delle Province riconoscendo le prime quali organismi deliberativi e le seconde come organismi a cui spetta il compito di coordinamento delle azioni sul territorio. La stessa normativa, sia nazionale che regionale, inoltre, ha introdotto una riorganizzazione dei territori provinciali in ambiti territoriali omogenei con competenze di programmazione (in Campania sono stati individuati 46 ambiti territoriali di cui 9 nella provincia di Salerno), attraverso lo strumento dei Piani di Zona e la costituzione degli Uffici di Piano, sovrapponendoli ai Distretti Sanitari e definendo al contempo i rapporti con le Aziende Sanitarie Locali, il mondo dell’Associazionismo e dei soggetti di Terzo Settore.
3) I CAMBIAMENTI NELLA GESTIONE, infine, consistono nella possibilità di pianificazione degli interventi da parte degli stessi attori del territorio, che costituiscono il Piano di Zona, lasciando ad essi la ricerca sul territorio stesso delle risorse professionali, strutturali e sociali con una conseguente maggiore concentrazione sulla programmazione e sulla erogazione dei contenuti. Programmare e gestire un servizio su di uno specifico territorio implica anche una concreta e fattiva collaborazione in equipe tra sociale e sanitario. E’ il lavoro in equipe di queste due aree che permette di programmare politiche territoriali ad alta integrazione socio-sanitaria.
Cambiano, dunque, insieme alla percezione del soggetto in difficoltà, anche l’organizzazione delle competenze e la modalità di gestione degli interventi.
Tuttavia, a quasi 5 anni dalla legge permangono ancora forti difficoltà legate soprattutto alla separazione dei poteri e delle funzioni, il POLITICO dal TECNICO, che comunque sono e devono essere complementari.
A quattro anni dalla applicazione della L. 328/2000 ancora non sembrano chiari i RUOLI degli uni e degli altri!!!
Fino ad oggi si è riusciti a coagulare l’attenzione solo attorno ai destinatari degli interventi ma contemporaneamente non sembra siano ben chiari gli obiettivi e la responsabilizzazione reciproca dei soggetti attuatori degli interventi.
Gli obiettivi del politico sono gli stessi del tecnico, del privato sociale e del privato?
Sono stati individuati livelli diversi di responsabilizzazione nell’ambito delle azioni che si vanno ad implementare a favore dei cittadini?
Vi è, dunque, ancora un modus operandi basato sull’emergenza, sui tempi, sulle scadenze, sulle previsioni, sulle verifiche che mina l’attuazione della piena integrazione tra SANITA’ E SOCIALE, e quindi l’ottimizzazione dell’utilizzo di strumenti quali ad esempio le modalità per l’affidamento dei servizi.
L’integrazione con il settore sanitario con il quale ultimamente con più frequenza ci si incontra e ci si confronta (ma più di frequente ci si scontra) deve mirare prima di tutto alla ricerca di una chiara definizione dei ruoli e dei compiti delle rispettive aree, nonché a delineare un assetto reticolare ed un funzionamento chiaro nei procedimenti che sia comparabile e verificabile sempre.
Molto spesso riteniamo che la partecipazione ad una comunità sia legata soprattutto ad aspetti formalizzati, mediante i quali ad ogni cittadino viene garantita l’appartenenza a quella comunità, popolo o nazione che sia. Questo modo di intendere la partecipazione non tiene conto di tutti quegli elementi simbolici relativi alla condivisione dei valori comuni che sono alla base del sentimento di appartenenza e dell’integrazione del soggetto nella Comunità. Il concetto di PARTECIPAZIONE, che per certi aspetti è legato a quello di SOLIDARIETA’ e RECIPROCITA’, passa solo attraverso uno stretto LEGAME tra il cittadino e la comunità o società in cui vive.
E’ questo legame - che da un punto di vista giuridico-formale viene definito CITTADINANZA - che costituisce il vero SENSO DI APPARTENENZA ad un popolo o ad una comunità poiché esso è tanto più forte quanto più sono condivisi e valori e i sentimenti comuni.
La condivisione dei valori e dei sentimenti, quindi il senso di appartenenza ad una determinata Comunità, costituiscano l’umus per l’avvio dei processi di PARTECIPAZIONE alla vita della comunità, poiché spingono la costituzione ed il consolidamento delle responsabilità individuali verso il benessere collettivo e quindi verso la comunità.
La realizzazione di un vero sistema di protezione sociale universalistico, che considera l’individuo nella sua totalità e capace di utilizzare tutte le risorse presenti su di un determinato territorio considerandole come dei potenziali capitali su cui attivare i processi di promozione della persona e della comunità , non può che basarsi sul concetto di partecipazione così come lo abbiamo appena inteso.
Questa strada sarà tanto più praticabile quanto più si è capaci di creare uno stretto collegamento tra universalità, accessibilità dei servizi e godimento dei diritti sociali.
In particolare diventano nodi strategici dell’effettivo godimento dei diritti di cittadinanza gli elementi dell’INFORMAZIONE e dell’ACCESSIBILITA’ alle prestazioni mediante l’attivazione di una PORTA UNICA DI ACCESSO ai servizi socio-sanitari. Sarebbe opportuno nonché obbligatorio anche l’elaborazione di una CARTA DEI SERVIZI per i cittadini all’interno della quale sono definiti, oltre ai principi, alla tipologia e alle modalità di accesso ai servizi avviati, anche gli strumenti di verifica degli stessi da parte del cittadino, gli elementi che ne definiscono la qualità e le modalità di reclamo nel caso in cui non vengano soddisfatti in modo adeguato i bisogni dei cittadini.
Diventa fondamentale, quindi l’applicazione dei concetti già richiamati nella normativa:
L’INFORMAZIONE;
UNIVERSALITA’;
ACCESSIBILITA’;
ESIGIBILITA’;
DIRITTO DI CITTADINANZA
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